L’«Orfeo» di Monteverdi ha quattro secoli ma non li dimostra

L’anniversario non poteva passare sotto silenzio. Quattrocento anni fa, il 24 febbraio 1607, a palazzo Ducale di Mantova veniva rappresentato il primo grande capolavoro del melodramma, L’Orfeo di Claudio Monteverdi, su libretto di Alessandro Striggio. Era carnevale e dell’intera operazione, sotto la diretta guida del compositore medesimo, si fece carico la mantovana Accademia degli Invaghiti. Nacque così il grande capolavoro. I presenti ne ebbero senz’altro coscienza, al punto da richiedere che l’opera venisse bissata di lì a poco. Cosa aveva quell’opera di così rivoluzionario? Non era certo la prima, attuata secondo il nuovo stile di canto «fiorentino», a «una voce con accompagnamento», conosciuto con l’efficace formula «recitar cantando»; e neppure il soggetto era nuovo. Ma tutto il resto sì. L’orchestra, non se ne era ancora vista una così grande; il suo uso espressivo era davvero una novità assoluta - Monteverdi indica, con la precisione di un contabile, quali strumenti desidera scena dopo scena, perché ai timbri singoli o frutto di impasti attribuisce il compito di dipingere le diverse situazioni; l’armonia ha una ricchezza incredibile e, per la prima volta, il canto svolge una funzione «drammaticamente» efficace. La storia è quella solita, solo il finale è diverso da quello che il mito ha tramandato e noi non vogliamo svelarvelo. Rinaldo Alessandrini è l’interprete ideale per concertare il capolavoro monteverdiano, avendoci egli consegnato, negli anni passati, sempre alla testa dell’ensemble «Concerto Italiano», tanti altri capolavori. Nell’Orfeo celebrativo - in forma semiscenica, luci di Guido Levi - i ruoli dei protagonisti sono sostenuti da Sara Mingardo, Furio Zanasi, Antonio Abete. Questa sera alle 21.15 al Teatro Olimpico. Info: 06.3201752.