L’orgoglio dei Berlusconi zittisce la politica

Le risposte dei figli del premier alle accuse di Franceschini sono un
messaggio preciso a chi, come «Repubblica», è pronto a tutto pur di far
cadere il governo. E Marina avverte: «Verrà il momento in cui
restituirò al mittente quei macigni fatti di parole»

Milano - L’unica fortuna dell’incauto Dario Franceschini, con quei suoi toni da maestrino dalla penna rossa, è che nonna Rosa non sia più qui tra noi. Perché gliel’avrebbe fatto vedere lei, minuscola ma tosta milanese di via del Carroccio, a quel lungagnone pallido come le «dita» di una pagnotta ferrarese... sì, gliel’avrebbe fatto vedere lei come si tirano su i Berlusconi.

Nonna Rosa, tuttavia, da ieri può guardare giù e sorridere tranquilla, pensando in cuor suo di aver seminato bene. Perché adesso appare chiaro, a lei e a tutti, come non sia evidentemente soltanto un detto che il sangue rappresenti qualcosa di più dell’acqua. Perché ora, in famiglia, c’è chi ha preso il posto che sarebbe spettato a lei. Perché finalmente qualcuno si è preso la briga di cantargliele, «a quello là». Perché adesso c’è chi ha scandito a voce alta e ferma, una volta per tutte, che la misura era davvero colma.
E infine perché - ultimo, ma senz’altro il più importante dei «perché» - a dirlo non è stato soltanto uno dei suoi nipoti, uno dei «fioeu del Silvio», bensì tutti e cinque, d’accordo, di loro iniziativa, senza attendere imbeccate e ignorando certe prevedibili cautele. L’hanno fatto pronunciando un corale, amplificato, nonché legittimamente indignato «ma come si permette?». Ovvero «come si permette?», il signor Franceschini, di giudicare nostro padre come tale e non come politico?

Indignazione che avrebbe potuto essere declinata anche al plurale - «come si permettono» - dal momento che è non è da oggi che le voci circolanti sui loro reciproci rapporti, su quelli tra il padre e la moglie Veronica, e in ultima analisi sulla saga e sulle sorti di una grande, potente e ricchissima famiglia, sembrano moltiplicarsi da più parti, come in base ai disegni di una precisa regia. Questioni di eredità, di assetti azionari, di ripartizione degli incarichi di vertice, tutte cose sulle quali insomma è facile - anche su scala ben più piccola - che le famiglie si dividano.

Ma se quel disegno c’era, l’infelice uscita di Franceschini l’ha fatto fallire. E a poco sono servite le sue impacciate spiegazioni. «Se si tratta di scuse, sono respinte - si è sfogata amaramente ieri con il Corriere della sera la primogenita Marina - È la marcia indietro di chi si rende conto di aver sbagliato. Ma le sue parole al telegiornale le hanno sentite tutti. Insultando mio padre ha insultato anche me, la donna che sono, la madre che sono e che sta trasferendo ai propri figli i valori che a loro volta mi hanno trasmesso i miei genitori».
E sempre Marina, forse quella che ha dato il «la» alla comune presa di posizione, sua e dei fratelli, parlando con il Corriere ha detto anche altro, definendo il cosiddetto caso Noemi «una montagna di infamie costruite sul nulla» e annunciando che «verrà il momento in cui mi toglierò i sassolini dalle scarpe, per restituire al mittente quei macigni fatti di parole che sono stati appoggiati sul mio cuore di figlia. Verrà il mio momento. Non è ancora arrivato». E tocca anche i temi della politica, la figlia del premier, chiedendo «come si fa a negare che ci sia un disegno politico contro di lui? Un disegno - aggiunge - portato avanti da chi non sa nemmeno che cosa sia la politica».

Parole pesanti, ma soprattutto parole pensate e sofferte. Come quelle di Pier Silvio, il primo a reagire mercoledì dopo l’uscita di Franceschini. «Io, proprio io, sono stato educato da Silvio Berlusconi e i miei valori sono i suoi: amore per il lavoro, generosità, tenacia e rispetto per gli altri», ha detto aggiungendo come invece quello stesso rispetto il segretario del Pd «dimostra di non conoscere». Gli aveva fatto immediata eco Marina, dicendo claris verbis che il segretario del Pd «dovrebbe vergognarsi». E non si erano fatte attendere nemmeno Barbara ed Eleonora, unite nell’affermare che «unicamente i figli possono dire se un padre sia capace di educarli». Mentre il più piccolo degli eredi del Cavaliere e di Veronica Lario, Luigi, aveva ribadito di «essere assolutamente fiero di essere figlio di mio padre e di essere cresciuto nell’amore dei miei genitori».
A dispetto insomma di ciò che sostenevano gli antichi romani - mater semper certa, pater numquam - locuzione che lasciava nell’ombra il ruolo e l’entità dei nascituri, con quella reazione compatta (e per molti imprevedibile) gli eredi del premier hanno rivendicato anche la loro, di «certezza». La loro e insieme di un’intera «categoria», quella dei figli. Che a prescindere da chi ne sia la madre, il proprio padre lo sentono tutti allo stesso modo, lo sanno essere «loro», perché è questione di pelle, di respiro, di umori. È qualcosa che è, che non si spiega.

Così, rivendicando il loro sacrosanto orgoglio di figli, pur se nati da due differenti unioni, tanto Marina e Pier Silvio, quanto Barbara, Eleonora e il giovanissimo Luigi, non hanno soltanto rimbeccato il segretario del Pd. Perché proprio parlando con il cuore, di getto, senza una rete se non quella dei sentimenti, hanno forse ammutolito, si spera almeno per un po’, quel milieu salottiero e moraleggiante che si abbevera quotidianamente alle pagine di Repubblica. Quelle stesse persone che ieri si indignavano con questo giornale per aver dato notizia delle frequentazioni stradali del portavoce di Romano Prodi e che oggi invece perdono la testa per un tamarro napoletano, perdipiù pregiudicato. «Va contro il Cavaliere? Allora è un eroe!» A loro basta quello.

Un po’ egoisticamente, speriamo che i cinque ragazzi Berlusconi abbiano ottenuto qualcosa anche per noi, semplici passeggeri di ponte su questa strana nave bizzarramente frequentata e chiamata Italia. Ci auguriamo - ma in fondo vale per tutti, loro compresi - che la loro indignazione abbia potuto far capire, senza doverci ritornare ancora su, che il concetto «i figli non si toccano» non è il titolo di una sceneggiata. È invece un diritto. Quindi una cosa tremendamente seria.