L’orgoglio delle Orme: «Siamo gli integralisti della musica anni ’70»

Tagliapietra: «Abbiamo superato momenti terribili, ma ora ci vogliono in tour anche in Giappone»

Antonio Lodetti

da Milano

Sono appena tornati da un concerto americano in Pennsylvania; mercoledì scorso hanno suonato a Gubbio con la Pfm; ora stanno preparando una trasferta invernale in Giappone. 60 anni incipienti, capelli bianchi, qualche ruga: entusiasmo e integrità artistica di sempre. Chiamatelo paleorock eppure funziona, parola de Le Orme: settanta concerti all’anno. Vi ricordate Collage, il primo disco di rock progressivo italiano che, sposando Bach, Stravinskij e le nuove sonorità inglesi, ha fatto da apripista al debutto della Pfm e del Banco? Sono passati 40 anni (il gruppo veneto li festeggerà nel 2006) e Aldo Tagliapietra e Michi Dei Rossi (orfani di Toni Pagliuca e con due nuovi innesti) tengono ancora alta la bandiera un po’ sdrucita di un suono appesantito dal tempo ma ancora pieno di orgoglio. Si sono riformati con gran successo i Van Der Graaf, gli Yes vanno e vengono, i Jethro Tull continuano ad andare in tour, Keith Emerson sta reinventando il rock sinfonico ma Le Orme non si sono mai fermate. «Siamo integralisti - dice Tagliapietra -, amiamo la nostra musica, non ci svendiamo per soldi o per tornare in vetrina. Siamo sempre andati controcorrente: al Piper suonavamo i brani di Jimi Hendrix e Crocetta, il mitico proprietario ci diceva di piantarla perché la gente voleva ballare, ma noi non mollavamo e ci siamo tolti tante soddisfazioni».
Ad esempio?
«Il nostro album Felona e Sorona, la prima rock suite italiana, resiste nei primi dieci posti della classifica internazionale dei migliori dischi progressive, davanti a decine di album blasonati. Quando suoniamo in America, il pubblico vuole sentire la versione originale italiana, anche se ne abbiamo preparata una per il mercato inglese curata da Peter Hammill».
La fedeltà paga. All’estero andate più forte che in Italia?
«Negli Usa, in Sudamerica e in Spagna c’è grande passione per il rock italiano anni Settanta. Un amico ha creato il nostro sito Internet, e da allora hanno cominciato a piovere le richieste. A Los Angeles, dove debuttammo nel ’75, torniamo periodicamente per un grande festival. Anche da noi, da un paio d’anni, c’è molto movimento».
Continuate con il progressive per coerenza o nostalgia?
«Direi per motivi culturali. Siamo cresciuti con il rock e con la musica classica. Sia io che Michi siamo diplomati al Conservatorio in Teoria e solfeggio; così abbiamo unito le nostre passioni. Lo spunto è nato dai Nice, la band di Keith Emerson che rileggeva il terzo Concerto Brandeburghese di Bach».
Mai andati in crisi?
«Nel ’78-79 l’avvento della disco music fu una batosta. Cominciammo ad avere problemi d’identità. Nell’82 andammo a Sanremo con Marinai, poi ci sciogliemmo. Ricominciammo tre anni dopo, senza Pagliuca che se n’era andato per divergenze artistiche, ma ci ricordavano in pochi. Tentammo un altro Sanremo finché decidemmo: “preferiamo essere mosche bianche ma continuare e suonare ciò che ci piace”».
Come è avvenuto il passaggio dal beat al progressive?
«Nel ’70 affittammo un pulmino e puntammo sull’Isola di Wight. C’erano gli Who, Hendrix e soprattutto i Moody Blues e Emerson Lake & Palmer che presentavano Pictures At An Exhibition di Musorgskij. Tornati a casa andammo in una baita in montagna per scrivere Collage, il nostro trampolino di lancio. Altri tempi».
Il futuro come lo vedete?
«Stiamo programmando il tour invernale. Poi andremo in Giappone, ma facciamo le cose con calma. Non siamo più ragazzini. Tra un tour e l’altro ci ritempriamo con nuovi progetti. Io suono il sitar con un maestro indiano; tengo qualche concerto solista riarrangiando brani dei Beatles».