L’orgoglio dello Stato laico mette il bavaglio alla religione

Poiché in Italia non ci si fa mancare nulla, nei prossimi giorni assisteremo anche ad una manifestazione di orgoglio laico. Quello che fa specie, in prima battuta, è l’utilizzo in senso positivo del termine «orgoglio». Nella mia edizione del dizionario Zanichelli leggo che con tale termine si deve intendere una «esagerata valutazione dei propri meriti o qualità per cui ci si considera superiori agli altri in tutto e per tutto». Mentre un tempo questa parola veniva associata ad attitudini non troppo urbane, bisogna prendere atto che ora - complici i Gay Pride - l’orgoglio è stato sdoganato. Se d’altra parte siamo tutti relativisti, perché mai confinare questo vizio in qualche girone infernale? Nella Commedia, Dante definisce «persona orgogliosa» Filippo Argenti, posto tra gli iracondi immersi nella palude che reciprocamente si aggrediscono con rabbia, ma certo lo spirito del Fiorentino appare lontano dalla nostra sensibilità.
E così oggi gli omosessuali negano con orgoglio la naturalità del rapporto uomo-donna, affermando che non basta rispettare ogni persona in quanto tale (indipendentemente dalle sue «preferenze sessuali»), ma asserendo che tutti bisognerebbe accettare l’idea che l’amore per una persona di altro genere (veramente «altra») e l’amore per una persona del medesimo genere - l’amore omosessuale, appunto - sarebbero la stessa cosa. Il guaio è che questa pretesa verità sta diventando un nuovo dogma, negando il quale si passa per omofobi.
Nella breccia aperta dalle colorate sfilate gay oggi si inseriscono - riutilizzando in senso positivo quel medesimo termine - quanti (con i radicali in testa) hanno organizzato per sabato una manifestazione volta ad esaltare lo Stato laico. Ma c’è davvero da essere orgogliosi di tale creatura? Nutro qualche dubbio al riguardo.
Senza entrare nel merito delle polemiche tra cattolici e laicisti, bisognerebbe comprendere che la costruzione di istituzioni pubbliche «laiche» è stata storicamente funzionale all’espansione del potere. Fin dai tempi di Thomas Hobbes, insomma, i costruttori della sovranità statale hanno avvertito che l’unica maniera perché il Leviatano potesse trionfare quale fattore di pacificazione era che mettesse il bavaglio ad ogni cultura, ideologia e - soprattutto - confessione religiosa. Confinare i preti nelle parrocchie e immaginare una fede ridotta a rito e spiritualità è fondamentale affinché la nuova «religione civile» possa affermarsi e affinché il Dio mortale incarnato dal potere secolare non trovi ostacoli di fronte a sé.
Nel linguaggio corrente si tende a sovrapporre libertà e laicità, ma la seconda nozione è del tutto impensabile (nel suo significato filosofico-politico) senza la terribile maestà del dominio sovrano e senza la sua ambizione a incorporare economia, scienza e ogni altro mondo vitale.
Tra Stato teocratico e Stato laico, allora, tertium datur: perché esiste certamente la possibilità di darsi istituzioni meno «orgogliosamente» determinate a controllare tutto e tutti.