L’origine del «lei» non è germanica ma spagnoleggiante

Egregio Dott. Granzotto, leggo sempre, con passione e simpatia, il suo «Angolo» dal quale spesso imparo un bel po’ di cose. Grazie e complimenti. Questa volta, però, mi permetto di rilevare un suo errore, dovuto forse a distrazione. Mi riferisco alla sua risposta a Gustavo Basevi, relativa all’uso eccessivo del «tu». Alla fine lei scrive: «Meglio sarebbe il “voi” e aveva visto giusto chi sappiamo a volerlo imporre al posto dello spagnolesco e piatto “lei”». Eh, no, mi spiace. Il lei deriva dalla lingua tedesca e/o austriaca (Wollen Sie...), mentre in Spagna, ai tempi di Mussolini e ancora oggi c’è il «voi». Certo, errare humanum est. Ma correggere, a volte, è necessario. Mi scusi e gradisca cordiali saluti.
Mendrisio (Ticino)

Melisenda, Melisenda! È da quel dì che aspetto di imbattermi in una Melisenda! E il sogno s’avvera in un maelstrom di Libani che tremano e rosseggiano, di prenci di Blaia, di soletti e pensosi Bertrandi, di occhi stellanti, di bocche tremanti... Sarò anche di gusti semplici, ma il Jaufré Rudel di Giosue Carducci - mica per altro Vate della Terza Italia - letto e imparato a memoria da adolescente (gratis, non per obbligo di scolaro) in quella sempre rimase, e ben viva. Tant’è che seguitavo a ripetermi: è mai possibile che Melisenda non abbia incantato un genitore, uno solo, spingendolo a chiamar così sua figlia? Ed eccomi accontentato. Scusi, gentile lettrice, questo preambolo e la noia d’averle inflitto riferimenti che lei ovviamente conosce a menadito, ma l’entusiasmo era tale... Vengo subito al dunque e il dunque è questo: spiace contraddire una Melisenda, ma col crucco, sì, insomma, col tedesco il «lei» poco ci azzecca. Il «lei» fa capolino nel Quattrocento, anche se non ancora in veste di pronome di cortesia. E si afferma tale nel Seicento, secolo che dalle nostre parti e per i noti motivi fu assai spagnoleggiante, a simulazione del «lei» spagnolo, il ridondante «usted» (che è contrazione, pensi un po’, di «vuestra merced», vostra grazia). Insomma, il «lei» è sì indigeno, ma per emergere e diventare d’uso corrente ha dovuto indossare la mantilla. Il «voi», al contrario, ha solido pedigree e per molti - per Dante, ad esempio - lombi nobilissimi scendendo dritto dritto da Giulio Cesare. Si pretende, infatti, che in segno di devozione massima per il dictator i romani forgiassero quel «vos» che sarebbe il nonno del «voi». Una divertente favola, ciò non toglie che quel pronome è «più italiano», faccenda che mosse il Male Assoluto, come lo chiama il buontempone che sappiamo, a preferirlo al rachitico e bastardello «lei». Per abolire il quale in nome dell’italianità in camicia nera si batterono da par loro - correva l’anno 1938 (o era il ’39?) - eminenti intellettuali (poi tutti riscopertisi, a cose fatte, a Duce a testa in giù, antifascisti) quali Elsa Morante, Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Vasco Pratolini, Concetto Marchesi, Giorgio Strehler, Arturo Carlo Jemolo, Massimo Mila e Renato Guttuso. Per concludere, gentile Melisenda, coi pronomi è sempre stata guerra. Ma lo sa che anticipando di molto il giovanilismo linguistico d’oggi, dalle colonne del suo Il Caffè Pietro Verri promosse una campagna per abolire sia il «lei» che il «voi»? Torniamo all’età dell’oro, egli scriveva, quando «credevasi che i precetti dell’urbanità non fossero giammai violati dalla natura delle cose, e perciò per disegnar la persona sola alla quale si parlava dicevasi “tu”». Il «voi» lo abbiamo adottato per burbanza, seguitava Verri, pensando di valere almeno per due. Comunque, sempre meglio dei tedeschi, «andati ancora più oltre di noi, poiché, sembrando troppo modesta la creazione d’un solo gran visir, hanno creati molti gran visir per un sultano solo, e così parlano sempre a “loro”, terza persona del numero plurale». Che storie, che storie, gentile Melisenda, e altre potremmo raccontarcene, ma siccome si fa tardi e il sole dal cielo sereno va calando anche se non proprio nell’onda, come voleva il cantore di Jaufré Rudel, mi trovo costretto a metterci un punto.