L’orticello radical-chic

Il «nuovo che avanza» ha accompagnato la crescita della sinistra in Italia e la mia giovinezza. Aveva preso il posto, come monito, dei «domani che cantano» di un poeta comunista francese, ma voleva dire la stessa cosa anche se in forma meno romantica, la fuga dalla realtà, il credere e/o fingere che il futuro fosse, di per sé, meglio del presente, il relegare il passato nelle tenebre dell'infamia. Progressista era il complimento, reazionario l'offesa, essere «moderni» la parola d'ordine.
Adesso che la mia giovinezza se n'è andata da un pezzo e la crescita della sinistra si è arrestata da un po', scopro che chi ieri decretava la morte del romanzo come genere borghese, scrive polpettoni pseudostorici, chi plaudiva al cinema spazzatura e alla televisione trash, si è fatto fautore del film di impegno civile e della tv educativa, chi voleva l'industrializzazione del Paese piange la morte delle campagne, chi magnificava l'impero culinario del sushi vuole la mozzarella di bufala nel piatto... C'è insomma una sinistra reazionaria, il che sa un po' di nemesi e un po' di rivincita, solo che lo è nello stesso modo velleitario in cui in altri tempi fu rivoluzionaria, di lotta e di governo, ricordate, al potere ma stando comunque all'opposizione.
Il fatto è che non si può semplicemente correre dietro a ciò che accade. Adesso, per esempio, il successo della Lega ha fatto riscoprire il territorio e le radici, e subito Massimo D'Alema ha fatto il professorino ricordando che lui l'aveva detto essere «la Lega una costola della sinistra»... Come molti professori, D'Alema insegna quello che non sa: non è questione di costole, è questione di scheletri che non rappresentano più il corpo della politica, di schematizzazioni ideologiche da rivedere, di nuove raffigurazioni mitiche, laddove le vecchie non significano più nulla. Sere fa, a un contrariato quanto perplesso Gad Lerner che faticava a capire in cosa dovesse consistere la propria identità, e rivendicava intellettualmente il suo essere «un bastardo», un innervosito Massimo Cacciari spiegava che no, che era italiano, per lingua, pensiero, cervello. Una volta questo si sarebbe chiamato patriottismo...
A ciò che resta della sinistra occorrerebbe in fondo un piccolo-grande gesto di coraggio, il farla finita con i residui passivi delle proprie utopie, l'attrezzarsi in modo filosofico, e quindi pragmatico, di fronte al presente. Perché sarà anche vero che non sempre, per dirla con Hegel, ciò che è reale è razionale, ma se la propria idea del territorio non va al di là di una cascina nelle Langhe, sarà anche trendy, ma politicamente non si va lontano. E anche la vendemmia lascia a desiderare.