"L’Oscar? Un colpo di fortuna. Se vinci, bene, se no pazienza"

Brad Pitt parla del suo ultimo film, "Il curioso caso di Benjamin Button", candidato a tredici premi Oscar. "Questa pellicola ha cambiato il mio rapporto con la morte". Sul trucco: "Non volevo protesi ma poi non ho esitato" 

Adélaide de Clermont-Tonnerre

Parigi - Incarnazione di un bel bambino cresciuto, sposato a una delle più conturbanti e brave attrici di Hollywood, eroe di film oggetto di culto, padre di sei figli, Brad Pitt pare aver tutto. Salvo l’Oscar. Finora ha ottenuto solo la nomination per L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam. Ora, nel Curioso caso di Benjamin Button, che Eric Roth ha liberamente adattato dallo strano racconto di Scott Fitzgerald, Brad Pitt vive a ritroso. Pochi minuti dopo la sua conferenza stampa all’hotel Bristol, gli è giunta notizia della nomination come miglior attore protagonista. Ciliegina sulla torta: Angelina Jolie, arrivata a Parigi con lui, è candidata come miglior attrice protagonista per Changeling di Clint Eastwood! Ieri, dopo l’anteprima del Curioso caso di Benjamin Button in un cinema degli Champs-Elysées, è stata festa nel loro appartamento all’Hotel Meurice...

La fama mondiale frenerà ancora il riconoscimento del suo talento o la statuetta gli toccherà? Brad vorrebbe più attenzione per il suo lavoro che per la sua pettinatura, i nuovi e seducenti baffetti, i suoi gusti nella prima colazione e la grande stanza che, da erudito in architettura, ha ideato per i figli. Senza parlare del dettaglio che ha fatto chiacchierare Parigi: un bottone dei sui jeans era slacciato! Per chi invece s’interessa a Brad Pitt come interprete, la risposta giungerà fra un mese.

Signor Pitt, che dice della 13 nomination per il film?
«Sono un grande onore per tutti. Penso a David Fincher, che da cinque anni lavorava al progetto nove giorni su sette. Sono contentissimo».

Lei ebbe la nomination come miglior attore non protagonista per «L’esercito delle dodici scimmie». La deluse non aver l’Oscar?
«Faccio questo mestiere da abbastanza tempo per sapere che è come la ruota della fortuna. Se vinci, bene; se no, pazienza. Ciò che conta è lavorare a un film di cui sei fiero».

Perché ha girato «Il curioso caso di Benjamin Button»?
«Perché è una storia universale, che parla di ciò che accomuna il 95 per cento degli esseri umani».

Quali sono questi punti comuni?
«Amori, speranze, perdite... Come le superiamo, nascondendo il dolore. E la consapevolezza di non essere eterni. Il film va contro un’epoca che si dedica a ciò che divide, anziché a ciò che unisce».

Lei aveva letto il racconto di Fitzgerald?
«No e non l’ho fatto poi. Mi è stato detto che col film ha poco a che vedere. Mi sono attenuto alla versione di Eric Roth, basata sul detto: “Dandola ai giovani, la giovinezza è sprecata”».

L’aspetto tecnico e il trucco la preoccupavano?
«Mi ero ripromesso di non metter protesi, poi davanti al copione che m’ha dato Fincher non ho esitato... ».

È stato fastidioso?
«I truccatori sono stati bravissimi. E tutti questi trucchi non sono stati così terribili».

Il film ha cambiato il suo rapporto con la morte?
«Sì, in un certo senso. Mi ha rammentato di non perdere tempo con l’odio e la collera. Siamo fragili e l’orologio gira, non va dimenticato».

Teme età e morte?
«Mi spaventa il modo di morire. Soffocato? Bruciato? No... Sbranato da uno squalo sarebbe più interessante».

Le sta molto nel sud della Francia...
«Ci abbiamo messo radici, ma restiamo nomadi».

È la vita che preferisce?
«I francesi vivono bene, come italiani e spagnoli, a parte il fatto che guardiamo sempre la tv satellitare!».

Lei ama la campagna?
«Nelle metropoli siamo perseguitati. I fotografi si lanciano sui bambini. In Francia è più tranquillo e la proprietà è abbastanza grande perché sia illegale avvicinarsi a noi».

Soffre l’assedio?
«Per capirlo dovrebbe essere in auto con noi con dieci veicoli e moto alle calcagna».

Ha visto l’investitura di Obama?
«Sì, da Berlino, dove giro con Quentin Tarantino. Era da impazzire, le persone si felicitavano con gli americani presenti. Ma ero a Grant Park (feudo d’Obama a Chicago, ndr) la notte dell’elezione, una notte elettrica, che ci ha reso la nostra idea d’America. Un’era comincia».