«L’Oscar? Non me l’aspettavo più»

Finalmente la statuetta alla carriera dopo 5 nomination: «La dedico a mia moglie»

Paolo Giordano

da Milano

Eccolo, così: «Mercoledì sera, saranno state le 19 qui a Roma, è squillato il telefono: era il presidente dell’Academy, Sid Ganis. Lo saluto e lui mi dice “buongiorno”. Qui in realtà era già buio. Poi mi ha dato la bella notizia». Quale fosse la bella notizia, Ennio Morricone l’ha fatto capire anche ieri all’ora di pranzo quando, parlando con Fiorello a Vivaradio2, non è incespicato nei soliti balbettii di circostanza ma ha subito imitato l’urlo del coyote, quello che gli diede lo spunto per il tema de Il buono, il brutto, il cattivo. Quel suono, così dilatato, agghiacciante, ossessivo, è diventato il simbolo di un’epoca, più ancora che una grandiosa pertinenza cinematografica. Morricone ha vinto l’Oscar alla carriera, caso strano perché è un compositore non un divo da copertina, e per di più, come dice lui, «a questo premio non ci arrivo stanco e in fin di carriera, non mi trovano con le stampelle: cammino ancora sicuro e a schiena dritta. Però è una sorpresa, chi ci pensava più a questa storia dell’Oscar?».
Era stato candidato per cinque colonne sonore, da I giorni del cielo di Malick del ’79 passando per Mission di Joffè dell’87, Gli intoccabili dell’88, Bugsy del ’92 e infine Malèna di Tornatore nel 2001, e ogni volta tutti a lamentarsi che proprio non si decidevano a dargliela, quella statuetta benedetta, per lasciargliela affiancare alle altre già accumulate in carriera, il Leone d’Oro, i tre Golden Globes e poi gli otto Nastri d’Argento e i Bafta e i David di Donatello.
«Nel caso di Mission - ricorda pacato - ci fu quasi una sollevazione del pubblico, mi davano per sicuro. Invece vinse Herbie Hancock per Round midnight, tra l’altro piena di brani non originali. Ma poi mi disse: “L’Oscar per la colonna sonora è un terno al lotto, spesso conta più la fortuna che il merito”». Già. Ora in risarcimento riceverà quello alla carriera, e a consegnarglielo al Kodak Theatre di Los Angeles saranno Warren Beatty o, sembra più certo, Clint Eastwood, così potranno di nuovo farlo insieme, quel famoso urlo del coyote, quasi a completare un ciclo nell’enfasi gloriosa della mondovisione. Più probabilmente Ennio Morricone, romano classe 1928, sul palco sarà come è sempre stato nella vita: discreto, riservato. Mai uno strillo, mai uno scandalo. Non ha neppure il cellulare. «Vive come un impiegato eppure è un genio» ha detto un suo tifoso imprevedibile, Damon Albarn degli psicorockettari Gorillaz, così stregato dai tocchi di Morricone da aver appena registrato il cd The good, the bad & the Queen che già dal titolo è un omaggio al maestro. «Andrò, certo che ci andrò a ritirarlo anche se, specialmente dopo l’11 settembre, l’aereo mi fa molta paura» conferma lui, parlando di mattina presto dalla sua casa di Roma, giusto di fianco a sua moglie, alla quale «lo dedico perché mi è sempre stata vicina con grande pazienza. Il mio è un mestiere molto difficile, per le mie assenze, i nervosismi, le agitazioni. Il mio tormento operoso a volte si riflette anche su di lei e merita l’Oscar forse come lo merito io». Chapeau.
E che gli Stati Uniti fossero nel suo immediato futuro lo conferma anche il permesso che il promoter Massimo Gallotta è appena riuscito a strappargli per la prima apparizione su di un palco dall’altra parte del mondo, a New York. Il 2 febbraio Morricone saluterà con un concerto presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’arrivo del nuovo segretario generale Ban Ki Moon durante il quale dirigerà anche il brano Voci dal silenzio, scritto dopo l’attentato alle Torri Gemelle e che lui ha definito «la partitura non cinematografica più importante che abbia mai ideato». Il giorno dopo, al Radio City Music Hall, altro show con orchestra e coro da duecento elementi, proprio nel bel mezzo della retrospettiva che il Moma ha dedicato ai suoi film che con la musica spesso hanno raccontato l’America meglio degli americani.
E così, ostinato a vivere a Roma anche lavorando per Hollywood, e rimanendo italiano pur senza riempire le cronachette italiane, insomma mantenendosi sempre lontano da tutto, Morricone è rimasto al centro del cinema, diventando uno dei compositori più famosi del mondo, l’unico che si riconosce prima dei titoli di coda perché il film si vede anche attraverso i suoi occhi.