L’ospedale crollato costò nove volte il previsto

Iniziato nel 1972, terminato nel 1992 ed entrato in funzione nel 1999 è
tra le strutture più danneggiate dal sisma. Già nel 2000 un’inchiesta
parlamentare ne denunciò "l’obsolescenza"

L’Aquila - Mettiamola così: pagate una Fiat Cinquecento come una Maserati e poi vi accorgete che, quando ne avete bisogno siete a piedi. Che cosa pensereste? Più o meno quello che gli aquilani - reduci dalla tremenda disgrazia naturale e senza più lacrime da piangere - pensano dell’ospedale San Salvatore, la cui storia vi raccontiamo ora, dopo avervi messi al corrente della cronaca: un ospedale vuoto, un gigante dai piedi d’argilla, bello e affidabile visto da lontano, dagli stradoni che vi arrivano dal centro dell’Aquila, alto due o tre piani, tutto in mattoncini gialli con gli infissi delle finestre rosse. Più da vicino, una struttura piena di crepe, alcune parti semicrollate e, ora inagibili, protette da transenne.

Dentro non ci lavora più nessuno, gli ammalati che arrivano qui per necessità o abitudine vengono accolti nelle tende blu oppure grigio-verdi allestite in tutta fretta dalla Protezione civile, qualcuna con un cartello scritto a mano a simulare un reparto: come quello di pediatria, piccolo come una stanzetta, dove a una certa ora arriva anche un cesto di giochi.

Un ospedale da campo nel cuore dell’emergenza, all’ombra di quello di cemento, una scatola vuota e rotta. «Assistiamo chi arriva - dice Claudio Ferri, internista, che lavora in quest’ospedale dal 1999 - per quanto possiamo. Quelli gravi li mandiamo altrove». Problemi anche per chi, come Giovanna, segue un ciclo di radioterapia. Anche quel reparto è inagibile, e lei attende di sapere se potrà avere la sua cartella per andarsi a curare a Teramo. «Ieri non ho fatto la terapia, oggi mi sa che la salterò. Mi hanno detto che se passano cinque giorni rovino quello che ho fatto finora».

Questo per la cronaca, dunque. La storia del San Salvatore invece la raccontiamo grazie a Ferdinando Di Orio, rettore dell’università dell’Aquila, che ci fa entrare di soppiatto nell’area off-limit del reparto «Delta 6» dell’ospedale e ci porta nella sua stanza ingombra di faldoni scaraventati in terra dalla furia del sisma e lì rimasti. Di Orio, anche lui terremotato («la mia casa al centro dell’Aquila è venuta giù, a sessant’anni dovrò tornare a Roma») ci mostra gli atti della commissione parlamentare di inchiesta sul sistema sanitario pubblicata nel 2000, da lui sollecitata da parlamentare Ds all’allora ministro della Salute, Silvia Costa, per scoperchiare il pentolone degli sprechi sulla pelle degli italiani.

Il librone dedica al San Salvatore due smilze ma eloquenti paginette. L’ospedale era stato progettato in località Coppeto, a circa quattro chilometri dal centro del capoluogo abruzzese, nel 1970, in sostituzione del vecchio ospedale ospitato in un edificio del Cinquecento nel centro ora distrutto dell’Aquila, e demolito già prima del sisma, così che non sapremo mai se avrebbe resistito meglio del suo erede. I lavori iniziano nel 1972, la spesa prevista era di 11 miliardi e 395 milioni di lire, la capienza di 1.100 posti. Negli anni a venire una strana magia da un lato dimezzerà i posti letto fino a 560 unità e dall’altro moltiplicherà i fondi, con una politica di stralci, di ricorsi alla cassa del Mezzogiorno, di leggi e leggine, fino alla cifra di 164 miliardi, più altri 31 stanziati per il completamento alla fine degli anni Novanta. Qualcuno calcolerà che, al netto della svalutazione della lira, alla fine il San Salvatore sarà costato nove volte del previsto: ecco la Cinquecento, pagata come una Maserati.
Soldi che non valgono nemmeno ad accelerare i lavori: nel 1992, vent’anni dopo la posa della prima pietra, vengono attivati i poliambulatori; nel 1995 vengono trasferiti i primi 200 letti dell’area medica; nell’agosto del 1999 il definitivo trasferimento degli altri reparti e l’entrata a regime dell’ospedale.

Ventinove anni per ultimare l’ospedale, nemmeno dieci per renderlo un ferrovecchio. Del resto già l’inchiesta parlamentare del 2000 denunciava «l’irrazionalità e l’obsolescenza dell’impianto costruttivo, la scarsa qualità dei materiali impiegati oltre all’enorme dispersione dei percorsi orizzontali». Tutti fattori che facevano ritenere «che le spese di gestione del complesso saranno tali da rendere problematico l’equilibrio finanziario dell’azienda». L’equilibrio finanziario? Agli aquilani sarebbe bastato quello fisico e almeno ora avrebbero i loro cari ricoverati vicino casa e non a Pescara, Avezzano, Roma.