L’ospedale dove si muore a 16 anni Uccisa da un’operazione alle tonsille

Sono passati solo trentacinque giorni e la sanità calabrese è di nuovo nell’occhio del ciclone. I genitori di Flavio non hanno ancora smesso di piangere la morte, casuale, ingiusta, del loro bambino di dodici anni caduto da una giostra e deceduto per ingiustificabili ritardi all’ospedale di Reggio Calabria e già un’altra coppia di genitori piange la morte di una figlia, Eva Ruscio, di sedici anni.
La ragazza se n’è andata ieri, nel giro di 48 ore, durante un intervento chirurgico che avrebbe dovuto essere di routine: aveva una infiammazione alle tonsille. Invece nell’ospedale di Vibo Valentia, tristemente noto alla cronaca per il decesso di un’altra ragazza, Federica, avvenuto lo scorso gennaio, si riscatenano i cordogli collettivi e le inchieste ministeriali che spesso non additano né colpevoli né negligenze.
E intanto Eva non c’è più. La ragazza, che abitava a Polia, un piccolo centro del vibonese, era entrata lunedì sera in ospedale con una diagnosi banale: ascesso alla tonsilla destra. È stata così stata sottoposta a terapia antibiotica e cortisonica, ma le sue condizioni l’altra notte sono peggiorate tanto che ieri mattina i medici hanno deciso di operarla. Durante l’intervento, però, qualcosa è ancora storto. Un anestesista è intervenuto per rianimarla, ma senza successo. Eva continuava ad avere crisi respiratorie e solo alla fine i medici hanno deciso di intubarla. Una strada, però, impraticabile, sia per la presenza dell’ascesso, sia perché, nel frattempo, dentro il collo della giovane paziente si era formato un edema. Dal quel momento la situazione è degenerata. I medici hanno tentato una tracheotomia. Sembra sia stata tardiva: nel frattempo infatti la ragazza è morta lasciando nella disperazione i due fratelli, la mamma e suo padre. Che, nel suo dolore, reclama almeno giustizia. E accusa: i medici non hanno fatto alcun controllo per capire i motivi dell’infezione. «In quell’ospedale c’è un clima di lassismo senza controllo», conferma un ex medico dell’ospedale che preferisce rimanere anonimo. «Probabilmente - spiega - c’è stato un ascesso tonsillare trascurato. L’infiammazione è scesa fino alla base del collo, impedendo la respirazione. Ma sarebbe stato forse sufficiente monitorare la situazione della ragazza. Invece si è colpevolmente preferito aspettare il mattino prima di intervenire». L’inchiesta è già stata avviata. E saranno i sostituti Simona Cangiano e Fabrizio Garofano della Procura di Vibo Valentia a dover chiarire se ci sono stati ritardi o negligenze nel caso di Eva. Ma sembra che in ospedale si sentano tutti con la coscienza tranquilla. «I primi a volere fare chiarezza su quanto accaduto - precisa il commissario dell’Azienda sanitaria provinciale, Ottavio Bono - sono i medici che hanno operato Eva».
Tutto ricorda le scene di un film già visto: prima la tragedia, poi il dolore dei familiari, l’incredulità e infine la necessità di fare chiarezza. Le immagini si sono ripetute come in una sorta di triste flash back, nel presidio ospedaliero di Vibo Valentia. Le scene che lo scorso gennaio avevano accompagnato il calvario di Federica Monteleone, coetanea di Eva Ruscio, come lei studentessa piena di belle speranze. E di voglia di vivere. Invece è morta dopo una settimana di coma nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Cosenza dove era stata trasferita da Vibo.
Anche Federica era stata ricoverata nello stesso presidio ospedaliero vibonese per l’esecuzione di un banale intervento, appendicectomia. Ma in sala operatoria, nel corso dell’intervento chirurgico, si era verificata un blackout e l’apparecchiatura per la ventilazione non risultava collegata al gruppo di continuità. Un’incuria che ha spezzato la vita a una giovane innocente. Da gennaio, dopo l’ennesimo caso di malasanità, le sale operatorie, compresa quella dove era avvenuto l’episodio drammatico che aveva portato al coma di Federica, sono state ristrutturate. Ma tutto questo non è servito a salvare Eva.