«L’ospedale mi ha cambiato»

Il regista Cappuccio: «Non sono Bergman, temevo che il tema della malattia potesse sfuggirmi di mano»

Pedro Armocida

da Roma

Fabio Volo è un ragazzo fortunato. Da affermato personaggio radiofonico e televisivo, ormai sta trovando un suo posto anche al cinema. Lo dimostra prima il sodalizio con Alessandro D’Alatri e i due Casomai e La febbre e ora Uno su due di Eugenio Cappuccio, presentato ieri nella vetrina più glamour della Festa di Roma. Qui Volo interpreta Lorenzo, un avvocato in carriera trentatreenne tutto proteso alla conquista del successo economico e sociale. Una bella casa a Genova, una splendida fidanzata single (nel senso che non ci convive) e un pacco di soldi dietro l’angolo se va in porto uno strambo accordo con una società russa. Poi arriva qualche dolorino alla tempia, la vista che si sfuoca, e un bel giorno crolla in mezzo a una strada. L’ospedale, la biopsia, l’attesa d’un responso che «una volta su due» è positivo, o negativo purtroppo.
Nell’attesa di sapere come va a finire, c’è o non c’è un tumore insomma (lo svelerà un medico ben interpretato da Pino Calabrese), si snoda tutto il film prodotto da Rai Cinema e Beppe Caschetto a partire da un soggetto di Michele Pellegrini e Francesco Cenni (vincitori del premio Solinas 2001), poi rielaborato dallo stesso regista insieme al fedele Massimo Gaudioso con cui aveva girato a sei mani Il caricatore (c’era anche Fabio Nunziata, qui montatore), trasformatosi in un cult quasi dieci anni fa.
Fabio Volo ha collaborato alla sceneggiatura soprattutto nella parte ambientata nell’ospedale dato che, spiega lui stesso, «durante la stesura anch’io l’ho frequentato. Non si capiva bene cosa avessi, prima una semplice colica e poi tutta una serie di accertamenti con la spola tra un reparto e un altro. Dopo questo episodio ho cambiato la mia scala di valori, ho cambiato tutto». Proprio come capita al protagonista del film che mette in discussione la sua relazione con Silvia (Anita Caprioli) e con Paolo (Giuseppe Battiston), l’amico più caro. Racconta il regista alla seconda prova dopo il successo di Volevo solo dormirle addosso: «Visto che non sono Bergman avevo paura che il tema della malattia, con gli inevitabili riferimenti alla vita e alla morte, potesse sfuggirmi di mano. Così nei confronti di questa storia ci siamo posti con il massimo dell’umiltà. Siamo stati aiutati dall’esperienza di Fabio che ha portato molto del suo vissuto personale consentendoci di essere realisti e coerenti, mai didascalici».
Il personaggio di Volo entra in contatto con la realtà degli ammalati e soprattutto col compagno di stanza, Giovanni, cui presta il volto un inedito Ninetto Davoli, senza i leggendari riccioli cari a Pasolini, che, a modo suo, così racconta la nascita di questa strana coppia: «Io sono caratterialmente molto aggressivo e dinamico. All’inizio Fabio è rimasto un po' scioccato. Dopo i primi giorni di lavoro ci siamo però trovati. In lui mi sono rivisto da giovane, la stessa voglia di vivere e una certa aggressività allegra. Lui è così. Anch’io sono fatto così. Siamo due così». Nel film tra loro nasce un'amicizia che porterà il più giovane a entrare nei segreti familiari dell’altro. Ecco allora il viaggio verso Perugia alla ricerca della giovane figlia (Tresy Taddei) da portare al padre appena rioperato d’urgenza. Non prima però d’aver conosciuto la sua ex moglie interpretata da Agostina Belli che torna al cinema a quasi vent’anni da Soldati, 365 all’alba di Marco Risi. «Sono contentissima di aver avuto quest’opportunità - racconta l’indimenticata protagonista di Profumo di donna di Dino Risi - perché è un ruolo che mi ha subito conquistata. Ho lavorato con tanti registi ma Cappuccio è stato l’unico che s’è presentato con un bellissimo mazzo di fiori».
Il film, che ha il suo punto di forza nella riuscita coralità delle interpretazioni, vedrà la luce nelle sale nel primo trimestre del 2007 distribuito da 01.