L’ospedale scandalo non aveva l’agibilità

L’annotazione, un documento di una pagina circa, è firmata da un ispettore capo della polizia abruzzese. La data, 28 dicembre 2008, è al di sopra di ogni sospetto e non può certo essere messa in relazione con l’ansia da terremoto. Il contenuto è inquietante, per non dire incredibile: «Fonte confidenziale attendibile - scrive l’investigatore - si presentava in questo ufficio e riferiva allo scrivente che questa struttura ospedaliera non ha l’agibilità e l’abitabilità, in quanto mancherebbe l’accatastamento».
L’ospedale in questione, naturalmente, è il San Salvatore, scandalo fra gli scandali nell’Aquila devastata dal sisma.
Ormai, tutti gli italiani hanno visto e rivisto le immagini della struttura messa ko dale scosse a soli nove anni dall’inaugurazione in pompa magna. Il San Salvatore è uno dei simboli dell’Italia che non funziona, che arranca fra ruberie, sperperi e mancati controlli, fino a tradire gli aquilani nella notte della morte e della distruzione.
Di più: ora si scopre che il nosocomio potrebbe essere un fantasma che non solo ha ingoiato i soldi pubblici, lievitati fino a quota 214 miliardi e 222 milioni, ma avrebbe travolto in una vergogna senza fine anche le minime regole formali. Dunque, non solo i materiali scadenti, non solo le colonne portanti fabbricate con una quantità di ferro inferiore alle normative, non solo i mattoni esplosi. No, adesso Studio aperto porta a galla un’altra circostanza che, se verificata, potrebbe rendere il quadro ancor più drammatico: «La stessa fonte confidenziale - prosegue la nota della polizia - in modo particolare faceva riferimento ai nuovi locali della Carispaq, agenzia ospedale»: una banca all’interno del San Salvatore. I lavori sarebbero stati eseguiti «con una semplice Dia (Dichiarazione di inizio lavori) riguardante locali privi di agibilità. Anche se il proprietario dello stabile ha autorizzato i lavori non si spiega come il Comune possa aver legittimato i lavori in assenza dei requisiti richiesti. Tali requisiti risultano mancanti anche per altri lavori edili in corso di svolgimento».
Anche questa pagina potrebbe confluire, con tutti i dubbi che sollecita, nell’inchiesta aperta dal procuratore capo dell’Aquila Alfredo Rossini. Rossini non parte dal nulla; i periti che ha messo al lavoro troveranno considerazioni affilate e giudizi taglienti in un libro agli atti del Senato: quello che raccoglie le conclusioni della Commissione d’inchiesta parlamentare «sugli ospedali incompiuti» pubblicato nel Duemila. Il testo è fin troppo chiaro; ecco gli «spazi di degenza angusti», ecco «l’irrazionalità e l’obsolescenza dell’impianto costruttivo» e via di questo passo con le date che non tornano e i conti che salgono senza fine verso il cielo degli sprechi, e probabilmente delle tangenti. Ci sono voluti 28 anni, dal 1972 al 2000, per mettere in piedi il San Salvatore, e pochi minuti per mandarlo al tappeto: i costi sono stati nove volte più del previsto. I lavori sono stati tortuosissimi: comincia la Pascali di Lecce che poi fallisce, prosegue la Edilirti dell’Aquila, che porta a sua volta i libri in tribunale, conclude, infine, un’associazione temporanea di imprese guidata da Cogefar Impresit, l’attuale Impregilo. Uno scandalo senza fine.
Ora Rossini assicura che si farà giustizia: «Ho aperto un’inchiesta generale - spiega al Giornale - concentrandomi su alcuni edifici costruiti in epoca recente, con materiali antisismici che in teoria avrebbero dovuto reggere. Invece, guarda caso, sono venuti giù, proprio come l’ospedale. Così ho messo al lavoro un team di esperti e in breve arriveremo a delle conclusioni certe, appoggiandomi per l’ospedale proprio al lavoro della Commissione parlamentare».
Fra l’altro la storia della costruzione infinita del San Salvatore finì anche nei verbali di Mani pulite. Enzo Papi, manager della Cogefar Impresit, spiegò ad Antonio Di Pietro che l’impresa aveva finanziato un paio di politici abruzzesi; l’indagine finì per competenza all’Aquila e 19 persone furono iscritte nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, falso e turbativa d’asta. A novembre ’93, però, il Pm Fabrizio Tragnone chiese e ottenne l’archiviazione.
Ora si ricomincia: un’inchiesta senza fine per l’ospedale mai finito.