L’Ospol: «Il Git prende le moto dei comandi municipali»

Si fa sempre più concreta la possibilità di un processo per il delitto di Simonetta Cesaroni. A distanza di 19 anni, infatti, i magistrati si sono convinti a chiedere il rinvio a giudizio per omicidio volontario di Raniero Busco, 44 anni, l’ex fidanzato della ragazza uccisa con 29 coltellate in via Poma il 7 agosto del ’90.
Busco finì sotto inchiesta soltanto due anni fa, quando in un armadio dell’istituto di medicina legale vennero ritrovati un corpetto e un reggiseno della vittima. Le moderne tecniche investigative hanno consentito di isolare da una traccia di saliva rilevata su quei reperti il profilo genetico di Busco. Un indizio non decisivo per la Procura perché non collocabile temporalmente sulla scena del delitto: i due fidanzati, infatti, come noto dalla polizia, si erano visti il giorno prima dell’omicidio. Poi agli atti dell’inchiesta si è aggiunta una consulenza importante, che ora è alla base del provvedimento firmato dal dal pm Ilaria Calò e dal procuratore Giovanni Ferrara. Si tratta di una perizia effettuata da due dentisti e da due medici legali che ha stabilito una compatibilità tra l’arcata dentaria dell’indagato e l’impronta di un morso trovata sul seno sinistro della ragazza uccisa: secondo gli esperti c’è una particolarità che si ripresenta. Quanto alla macchia di sangue rinvenuta sulla porta dell’ufficio di via Poma dove Simonetta venne sorpresa dal suo assassino, i consulenti del pm non sono riusciti ad escludere nè a confermare la presenza di materiale genetico riconducibile a Busco. Ma hanno escluso invece la compatibilità con i dna degli altri soggetti maschi finiti nell’indagine. E questo per la Procura rappresente un indizio a carico dell’indagato, come del resto un alibi considerato poco convincente. A suo tempo Busco sostenne che il pomeriggio del 7 agosto era in compagnia di un amico a cui avrebbe riparato il motorino. Il ragazzo raccontò invece che quel giorno non si trovava a Roma ma in una casa di cura per anziani, a Frosinone, dove era morta una zia. Busco lo incontrò soltanto tra le 19,30 e le 19,45, al suo rientro. Contrastanti anche le versioni di alcuni vicini, che lo collocarono sotto casa, e di alcuni amici che dissero di averlo visto al bar.
Il provvedimento non è stato ancora notificato all’avvocato Paolo Loria, difensore di Busco. «Le indagini sono state fatte a 360 gradi - commenta il legale - non c’è dubbio che gli inquirenti abbiano lavorato in modo scrupoloso. Ma proseguendo nei confronti del mio assistito non andranno molto lontano. Non ci sono prove e nemmeno indizi».