L’ossessione del provocatore

Può darsi che l’onorevole Mario Borghezio, deputato leghista, soltanto raramente deluda i suoi detrattori. Questo parlamentare non ostenta eccessive finezze dialettiche, né passerà alla storia per gli eufemismi, le sottili allusioni, il dire e non dire. Piace ai suoi elettori e tanto gli basta ed è questo semplice, elementare rapporto, questo mandato affidatogli che ne fa un legittimo rappresentante della Nazione. Libero chi vuole, naturalmente, di dissentire da Borghezio, magari di sorriderne per il tono tribunizio, o di indignarsene per le esasperazioni e gli slogan, anche sapendo che non ha inventato lui questo modo di argomentare. Da quando si sono fatte le prime prove tecniche di democrazia c’è stata sempre un’ala greve della propaganda e dell’oratoria politica, a destra, a sinistra e al centro. Gli avversari, e talvolta gli amici, possono arricciare il naso, ma a nessuno può essere consentito di pestarlo a sangue brutalmente, in branco, minacciando di buttarlo dal treno. In una civile società democratica non s’usa. Anzi, l’aggressione contro Borghezio si sarebbe dovuta avvertire non soltanto come un attacco vile all’uomo e alle posizioni del parlamentare e della Lega, ma come un intollerabile attacco alla comunità politica tutta, per far capire che in Italia nessuno può essere colpito per le idee che professa.
Però così non è stato. A sinistra c’è stata una malcelata reticenza, una sorta di pudicizia pelosa (o impudicizia?) a denunciare la vigliaccata ed a condannare gli aggressori, indicandoli se non per nome e cognome – impossibile - per l’appartenenza politica e ideologica. Come se l’onorevole Borghezio fosse inciampato per accidente nello scompartimento o si fosse imbattuto in un gruppetto di alieni. Ma i picchiatori non erano Ufo, lo sappiamo tutti, erano quegli angioletti dell’ala dura dei no-global, autonomi o alternativi o disubbidienti rotti a tutte le rotture e devastazioni, che forse quella sera su quel treno si rodevano per non aver potuto menar le mani e sfasciare qualcosa a Torino, alla manifestazione no-Tav. Poi hanno visto Borghezio...
Da tanto tempo una certa sinistra è strabica. Fosse stato leggermente ferito ai baffi un esponente delle formazioni politicamente corrette si sarebbero evocate, magari esagerando i pericoli, nere concentrazioni di manipoli in marcia contro la democrazia, ma se viene spaccata letteralmente la faccia a Borghezio si può tranquillamente guardare dall’altra parte.
Poiché questo strabismo e questa visione manichea della convivenza sono stati fatti notare, ieri mattina è sceso in campo il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, che in un anguillesco editoriale ha riscritto la storia dell’aggressione sul treno. Sansonetti è partito bene affermando che la condanna per l’aggressione a Borghezio «è ovvia, istintiva» – ma talvolta anche l’ovvio va ribadito - poi ha perso per strada i buoni propositi, paragrafo dopo paragrafo, ed è arrivato a sostenere che in fondo Borghezio se l’è proprio meritata. E sapete perché? Perché il suo viaggiare su quel treno altro non era che una provocazione «evidente, grave, intollerabile». Il direttore di Liberazione mostra segni di confusione, o almeno di vaghezza, quando si tratta di definire gli aggressori. Li chiama «scemi», «ragazzotti» e quel che contesta loro non è la pratica della violenza politica – alla quale si applicano con sistematica frequenza e dedizione – ma il non essere stati tanto intelligenti da comprendere che il deputato leghista era un «provocatore». Secondo Sansonetti l’esponente del Carroccio non chiedeva altro che di farsi rompere il setto nasale e qualche altro osso, roba che quei «giovanotti» potrebbero anche chiedergli i danni o almeno l’onorario. Picchiare Borghezio è stato inopportuno, ma il leghista, par di capire, se l’è proprio meritata. Ieri, Fausto Bertinotti ha cercato di fare il pompiere, affermando che la violenza non si giustifica mai. Ma il danno era già fatto.
Quali echi sinistri richiama l’esortazione a vigilare sempre contro le «provocazioni». Richiama lo stile di una sinistra settaria, vecchia, irredimibile, con la quale è veramente inutile parlare di legalità e di rispetto per gli altri. Si rischia, a farlo, di passare per provocatori.