L’ossessione di sentirsi un Salvatore

Forse il «caso» Günther Grass, che a tanti suoi vecchi fans non cessa di sembrare torbido e tortuoso, nonché assolutamente inesplicabile, risulterebbe invece strepitosamente cristallino e rettilineo, e in fondo spiegabilissimo, se si ammettesse che quel poveretto, lungo tutta la sua esistenza, in fondo si è sempre sforzato di rimanere fedele a se stesso, alla sua vocazione originaria, alla sua più profonda natura. Non c’è infatti un solo suo atto - scritto o discorso, dichiarazione o libro, articolo o appello - che non rimandi alla ferma, incrollabile volontà di svolgere, in ogni possibile contesto storico e politico, ogni volta con zelo immutato, ancorché in modi apparentemente diversi, la stessa attività professionale. La quale non è affatto, come credono non solo i suoi ammiratori, ma anche tanti suoi detrattori, un’attività di specie volgarmente letteraria, e nemmeno di natura banalmente etico-politica. È un’attività, piuttosto, di carattere essenzialmente profetico, anzi salvifico e redentivo, insomma di rango (bisogna riconoscerlo) squisitamente soteriologico.
Mi sembra infatti evidente che questo ormai attempato angioletto, in tutte le stagioni della sua vita, in effetti non ha mai fatto altro che il Soter, il Salvatore dell’Umanità. Questo e non altro - il Salvatore, appunto - si mise a fare quando, ancora fanciulletto, fra i quindici e i diciotto anni, sognò di salvare il mondo dagli ebrei dando il suo piccolo contributo all’attuazione del piano per il loro totale annientamento.
Ancora questo e non altro - ossia sempre il Salvatore - si mise a rifare quando, ancora giovanetto, avendogli il mondo impedito di continuare a sognare di salvarlo deportando e gasando ebrei, decise di ricominciare subito a sognare di salvarlo annientando qualche altra cosa, per esempio il Capitale, la Borghesia, l’Amerika, l’Imperialismo e simili.
Il medesimo mestiere - quello del Salvatore - seguitò a fare ininterrottamente, per i successivi sessant’anni e rotti, anche quando, mentre un giorno sì e l’altro pure continuava a sognare di salvare il mondo annientando il Capitale eccetera, provvedeva contestualmente a sognare di salvare anche se stesso evitando accuratamente di ricordare al mondo che il suo primo sogno di salvezza non era stato il sogno classista del gulag ma quello razzista del lager.
E ancora allo stesso compito - la missione del Salvatore - si è infine votato anche adesso, in questa per ora ultimissima fase della sua carriera salvifica, decidendosi a sognare di salvare simultaneamente se stesso e il mondo confessando finalmente che la sua primissima impresa salvifica fu una bambinata razzista.
Della fama che lo assedia da ormai circa mezzo secolo, cioè dal giorno in cui, grazie all’enorme successo del suo romanzo di esordio (Il tamburo di latta, del 1959), diventò di botto, a 32 anni, il più famoso scrittore tedesco vivente, Günther Grass scrisse una volta che è «una coinquilina piuttosto fastidiosa». L’ha definita anche «una monella talvolta boriosa» della quale lui, non potendo liberarsene, ha deciso di servirsi «offrendole un impiego come maestra di cerimonie nel mondo della politica».
Evidentemente il suo mestiere di Salvatore non permette di capire che è lei, la sua fama, a servirsi di lui come di un suo impiegato assegnato in eterno all'Uffico Salvezza.
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