«L’ostaggio italiano è ferito, sono preoccupato»

RISCHI Finora si sapeva che il nostro connazionale soffriva di una dolorosa ernia

Anche l’ostaggio svizzero, nelle mani dei filippini di Al Qaida, è ricomparso dalla giungla nella notte fra venerdì e sabato. Non si capisce ancora bene se per un colpo di fortuna, un’abile operazione dei militari, con l’aiuto degli americani o grazie alla mediazione degli ulema, i preti islamici locali. L’unico dato certo è che l’ultimo ostaggio della Croce rossa internazionale, l’italiano Eugenio Vagni, è ancora in mano ai terroristi del gruppo armato Abu Sayyaf. Forse ferito e sicuramente con un’ernia che dovrebbe essere operata subito.
In realtà tutti si aspettavano il rilascio del tecnico di 62 anni, il più anziano dei tre ostaggi sequestrati il 15 gennaio nel sud delle Filippine. Secondo fonti anonime, vicine ai mediatori, non tutto è perduto. La liberazione di Vagni potrebbe essere «questione di ore, forse già domani (oggi per chi legge)». Invece dalla giungla è spuntato il delegato svizzero della Croce rossa internazionale, Andreas Notter, 38 anni. L’ostaggio «di peso», che sarebbe stato l’ultimo a dover essere rilasciato, secondo la logica dei rapitori. Il primo da recuperare per le forze di sicurezza filippine spalleggiate da specialisti americani. Con la barba lunga della prigionia è apparso un po’ confuso in una breve conferenza stampa poche ore dopo la liberazione. Non è stato in grado o non ha voluto spiegare come sia avvenuto il rilascio. «Sono felice di essere vivo e incolume - ha dichiarato –. Le preoccupazioni vanno ora al mio compagno Eugenio Vagni. Tutto deve essere fatto perché venga liberato al più presto». Poi ha aggiunto, parlando in inglese: «Come tutti sanno è ferito».
In realtà si sapeva che soffriva di ipertensione e per un’ernia diventata sempre più dolorosa durante gli spostamenti nella giungla. Una «ferita», invece, può essere stata provocata da una caduta, o durante i conflitti a fuoco fra sequestratori e forze di sicurezza delle settimane passate. Vagni, però, ha parlato martedì scorso al telefono con i funzionari della Croce rossa internazionale e con la moglie thailandese, che ora si trova in Italia. Seppure spossato dalla prigionia e in difficoltà per l’ernia non avrebbe mai detto di essere ferito. I tagliagole di Abu Sayyaf avevano liberato il 2 aprile l’unica donna in ostaggio, la filippina Mary Jean Lacaba, in cambio di un riscatto, secondo la stampa locale. Venerdì notte dev’essere accaduto qualcosa di diverso. Cinque ulema locali stavano trattando con i capi di Abu Sayyaf per il rilascio di almeno un ostaggio. I sequestratori si erano divisi in due gruppi separando i rapiti. Secondo il segretario degli Interni, Ronaldo Puno, le forze di sicurezza hanno esercitato «pressioni persuasive» sui fondamentalisti islamici. «Non potevano portarlo con sé e allora lo hanno abbandonato», ha spiegato. I sequestratori stavano forse cercando di rompere l’assedio dei militari, oppure i corpi speciali li hanno costretti a una tale fuga, che non riuscivano a portarsi via l’ostaggio. I mezzi non mancano, con l’aiuto di specialisti americani che utilizzano velivoli a pilotaggio remoto per controllare la giungla anche di notte, intercettazioni elettroniche ed esperti di antiterrorismo. Non a caso, subito dopo la liberazione si vede Notter, in una fotografia, con alle spalle un ufficiale americano riconoscibile dalla divisa, ma senza mostrine. L’ostaggio svizzero è stato trovato nella giungla, nelle prime ore di sabato, dalla polizia e dai paramilitari civili. Mobilitati per pattugliare la zona dell’isola di Jolo dove sono state individuate le bande di Abu Sayyaf. «Zoppicava e lo abbiamo aiutato a camminare. Visto il problema fisico pensavamo che fosse Vagni», ha raccontato uno dei soccorritori. Ventiquattro ore prima il ministro della Difesa filippino, Gilbert Teodoro, aveva reso noto che importanti sviluppi nei negoziati potevano preludere al rilascio di Vagni, o almeno alla possibilità che venga visitato da un medico. Non era così e fino a ieri sera nessuno aveva notizie certe sulla sorte dell’ostaggio italiano.
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