"L' osteria volante", quando il potere è una farsa

Il grandissimo Chesterton è uno scrittore di razza che corre a briglia sciolta, una ventata di libertà in un mondo di regole soffocanti<br />

Di Gilbert K. Chesterton sentii parlare per la prima volta da Guido Clericetti, un sottile umorista (era il vignettista che disegnava gli omini con gli occhi a «X») che è stato anche autore radiofonico e televisivo. Per un periodo condusse un programma del mattino sul secondo canale di Radio Rai, e lo ascoltavo mentre facevo colazione; stavo finendo il liceo. Clericetti citava spesso questo scrittore inglese, un grande convertito con il gusto del paradosso, dalle osservazioni taglienti e sconcertanti. Sotto casa mia una libreria svendeva tutto e comprai una copia dell’«Osteria volante» in una edizione della vecchia Bur, evanescente copertina di cartoncino grigio e caratteri Bodoni, «volume triplo». Primo di una lunga serie. Leggere Chesterton è come salire su un tappeto volante, decolli e non sai dove e come atterri, devi accettare di lasciarti trasportare dall’estro, un colpo d’ala ti fa sobbalzare, il brio ti fa ridere, la trovata esuberante ti lascia senza fiato come in un vuoto d’aria. «L’osteria volante» è una farsa bruciante contro il potere costituito, racconta la storia di un bevitore inglese strozzato dal proibizionismo che lancia la crociata per riaprire le bettolacce e le fa apparire misteriosamente qua e là. La fantasia corre a briglia sciolta nel descrivere personaggi come il protagonista Patrick Dalroy, un rodomonte irlandese, o caricature come il suo rivale Lord Ivywood, il ministro incarnazione del legalitarismo: «Poteva esprimere qualsiasi cosa avesse da dire con linguaggio fiorito, ma il suo viso rimaneva spento». Una ventata di libertà in un mondo di regole soffocanti, un pugno di eccentriche macchiette (la «società delle anime semplici») che scompagina l’ordine costituito. Avercene.

Gilbert K. Chesterton
L’osteria volante Bur Rizzoli
, 1962
(stefano.filippi@ilgiornale.it)