L’ostinazione inglese blocca le nomine europee

nostro inviato a Bruxelles

Accordo? «No. Siamo lontanissimi» confida Berlusconi a Montecitorio a chi gli chiede se per le nomine Ue si sia in dirittura d'arrivo. Non è un mistero che ci siano divergenze, e anche serie, tra i 27, chiamati da stasera a scegliere i due uomini che rappresenteranno l'Unione come presidente stabile e ministro degli Esteri. Più difficile chiarire il perché tanto i portavoce di Stoccolma che la Merkel mostrino invece un cauto ottimismo sul risultato dell'appuntamento, chiarendo che tra oggi e venerdì mattina le scelte saranno comunque prese, magari a maggioranza.
Una discrasia di non poco conto, avvalorata dalle assicurazioni svedesi che si chiuderà tutto domani ma anche da segnali che vorrebbero invece un nuovo summit il 1° dicembre se davvero non si raggiungesse la quadratura del cerchio nelle prossime ore. E quest'ultimo è un rischio che esiste. Anche perché nel nuovo fitto giro di telefonate dei giorni scorsi effettuate dal presidente di turno svedese Fredrik Reinfeldt non è che i nodi si siano sciolti o abbiano mostrato crepe percorribili. L'Est europeo, nonostante abbia ottenuto la presidenza dell'Europarlamento per un polacco, punterebbe sulla presidente lettone Vaira Vike Freiberga. Zapatero, per eliminare la possibilità che sia il suo vecchio nemico Aznar a tornare sul proscenio, insiste per la candidatura Moratinos a Mister Pesc. Francia e Germania tengono coperte le loro carte, anche se la Merkel fa sapere che Parigi e Berlino marceranno «unite». Ma lo scoglio più grosso, almeno per ora, resta quello inglese: e la migliore testimonianza in materia l'ha offerta una indiscrezione emersa dopo il colloquio tra il premier svedese Reinfeldt e Gordon Brown. All'inquilino di Downing Street, che insisteva una ennesima volta per Tony Blair alla presidenza della Ue, il suo interlocutore ha chiesto: e la tua seconda scelta? E Brown: «Blair». Ne avrai una terza, almeno... E il premier britannico: «Ma sicuro: Tony Blair!».
Quel che è certo è che i britannici non vogliono neppur sentir parlare di Herman Van Rompuy, che gli allibratori londinesi danno comunque per favorito, tanto che la stampa britannica inorridisce con parecchi titoli all'idea che possa essere «un belga» a rappresentare in futuro il loro Paese. Casomai vedono meglio l'olandese Balkenende, meno succube, a loro dire, di Parigi e Berlino; ma è un fatto che Brown, almeno fin qui, non si schioda di un centimetro dalla sua linea, anche se è consapevole che l'asse franco-tedesco, rischia di indurlo allo scontro e magari farlo restare con un pugno di mosche in mano.
Apertissima la partita della presidenza, condizionata dall'irrigidimento britannico, va da sé che rimane tale anche il concorso per mister Pesc. D'Alema, che ieri parlottando con Fini alla Camera ha ammesso che il governo italiano si sta dando molto da fare per concretizzare la sua nomina, per quanto mezzo azzoppato dal vibrato attacco del Financial Times, ha ancora chance. Se i Popolari avessero la presidenza, resta in prima fila come candidato dei socialisti europei. Anche se il leader europeo dei Verdi Daniel Cohn-Bendit ha detto di sapere bene che contro l'ex-premier del Pds si muovono «Israele e la sua rete».
Quel che è certo è che stasera, nella cena riservata ai soli capi di Stato e di governo durante la quale si cercherà di individuare il bandolo della matassa, si apre al buio e si rischia uno scontro sanguinoso. Il che è paradossale visto che proprio con il trattato di Lisbona, coi suoi due nuovi incarichi e il nuovo sistema di scelta (voto a maggioranza, non più necessaria l'unanimità) si pensava di aver finalmente gettato alle ortiche la paralisi della Ue.