L’uccello di fuoco va in scena al Teatro Studio

Il racconto coreografico composto nel 1910 dal grande Stravinsky per i Balletti Russi

Carlo Faricciotti

L'uccello di fuoco, fiaba per musica, ombre e danza ispirata a L'oiseau de feu di Igor Stravinsky è in scena al Teatro Studio. Per questa edizione, sotto l'egida della compagnia piacentina Teatro Gioco Vita, le figure sono di Enrico Baj, la regia e le scene di Fabrizio Montecchi, la coreografia di Mauro Bigonzetti, i costumi di Giulia Bonaldi e Anusc Castiglioni.
A dieci anni dalla sua prima rappresentazione, L'uccello di fuoco continua a essere uno degli spettacoli più importanti e di maggior successo della compagnia. Questa edizione, grazie al contributo artistico di Bigonzetti, uno dei maggiori coreografi italiani in circolazione, e della Fondazione Nazionale della Danza, rappresenta un'evoluzione dello spettacolo originale.
Rappresentazione musicale d'ombre e danza interamente costruita sul «racconto coreografico» che Stravinsky compose nel 1909-1910 per i Balletti Russi, L'uccello di fuoco esalta l'espressività del teatro d'ombre attraverso la corporeità dei danzatori e racconta, attraverso il disegno coreografico, la magica vicenda dello Zarevic Ivan, principe ed eroe, nel giardino incantato del mago Kastchei, luogo abitato da demoni, ma anche da un salvifico uccello dalle piume d'oro.
Ma, come spiega Montecchi, «L'uccello di fuoco non è solo questo. È molto altro. Perché Stravinsky ha creato una musica che non si lascia mai imbrigliare dal narrativo dimostrando una totale libertà espressiva. La sua forza consiste proprio nel miracoloso equilibrio tra il funzionale e l'autonomo, tra il figurativo e l'astratto. Sulla scena danza e ombre ricercano, anch'esse, questo equilibrio. E lo fanno senza mai rinunciare alla propria natura espressiva e al costante dialogo con la musica».
Come Stravinsky ha creato una musica «che si pone in diretto rapporto con la storia, ne segue gli episodi e, in funzione di essi, plasma la propria forma sonora, così anche il nostro spettacolo, grazie a un sistema di segni scenici fortemente narrativi, si dà come il racconto di una storia».
Rispetto all'edizione andata in scena nel 1994 e tenuta in repertorio fino al 2000, questa dà maggior spazio alla presenza scenica dei danzatori-ombre, anche per il decisivo contributo coreografico di Bigonzetti, reclutato in occasione di questa riedizione: «A Bigonzetti abbiamo proposto una serie di spazi e movimenti scenici che potevano essere interpretati in maniera coreografica» spiega ancora il regista.
Mettere in scena la fiaba scenica di Stravinsky nell'edizione 1909, sempre secondo Montecchi, «avrebbe richiesto un numero cospicuo di danzatori, trattandosi della versione più lunga, pari a quarantacinque minuti, della suite. Ma con l'utilizzo delle ombre abbiamo ovviato a questa esigenza senza toccare l'integrità della composizione scenica stravinskiana».