L’Ucraina dice addio alla rivoluzione arancione

Nicola Greco

L’Ucraina dà l’addio alla rivoluzione arancione. Il presidente Viktor Yuschenko, leader di quella rivoluzione scoppiata in nome di più democrazia, più trasparenza e più economia di mercato, è sceso a patti con il suo peggior nemico, il filo-russo Viktor Yanukovic: al termine di lunghe e convulse trattative, gli ha affidato la guida del prossimo governo. Yanukovic ha avuto ieri il via libera per la nomina a premier, quando le forze politiche rappresentate in Parlamento (meno il partito arancione della combattiva Yulia Timoshenko) hanno firmato un «documento universale di unità nazionale», voluto da Yuschenko a conferma delle «immutate» scelte strategiche dell’Ucraina in politica interna e estera.
Alla strana alleanza tra i due Viktor, che si sono sfidati alle presidenziali dell’autunno 2004 vinte da Yuschenko dopo le oceaniche proteste del popolo arancione contro i brogli a favore di Yanukovic, uomo di Mosca e «delfino» di un opaco regime post-sovietico, si è arrivati al termine di quattro mesi di estenuanti tira-e-molla negoziali e di colpi di scena. Nelle prime settimane dopo le elezioni legislative del 26 marzo scorso si era profilata una maggioranza parlamentare tra i due partiti arancioni (uno capeggiato dal tentennante Yuschenko, l’altro dalla carismatica Timoshenko) e i socialisti, ma per una questione di poltrone promesse e non concesse questi ultimi si sono alla fine alleati con Yanukovic (leader del Partito delle Regioni, portavoce dell’industrializzato est russofono) e con i comunisti.
A differenza della Timoshenko, che è automaticamente passata all’opposizione e dà al presidente del traditore non perdonandogli di averle tolto a settembre la carica di premier tra reciproche accuse di corruzione e incompetenza, Yuschenko ha fatto i salti mortali per infilarsi nella maggioranza aggregata attorno a Yanukovic e alla fine ce l’ha fatta, grazie a una maratona di tavole rotonde per la messa a punto del «documento universale di unità nazionale». Un compromesso sul documento è stato raggiunto soltanto mercoledì notte dopo che per due giorni Yuschenko aveva minacciato lo scioglimento del Parlamento. Nel documento il braccio di ferro sull’adesione dell’Ucraina alla Nato (contestata da Yanukovic) è stato risolto con un salomonico stralcio: deciderà in futuro il popolo, tramite referendum. Yuschenko è riuscito però a far ingoiare a Yanukovic che l’Ucraina continuerà la marcia per l’adesione all’Unione europea pur non rinunciando al libero scambio con la Russia. E non ha nemmeno ceduto alla richiesta di elevare il russo a seconda lingua nazionale. Il presidente ha invece rinunciato a battersi perché la Chiesa ortodossa ucraina sia indipendente dal patriarcato di Mosca.
Malgrado appaia parecchio anomala, l’alleanza tra Yuschenko e Yanukovic pone fine a una crisi anche sul piano istituzionale: una riforma costituzionale in vigore dall’inizio del 2006 ha trasferito al Parlamento una serie di poteri fino ad allora riservati al presidente, facendo così nascere un sistema che non è né presidenziale né parlamentare, dove il governo dipende dal voto di fiducia del Parlamento ma il capo dello Stato mantiene il potere di avallare o no il premier espresso dalla maggioranza e sceglie i ministri degli Esteri e della Difesa. Benché i due personaggi appaiano agli antipodi quasi su tutto, la coabitazione tra Yuschenko e Yanukovic potrebbe rivelarsi vitale per la tenuta di un Paese profondamente diviso, dove le nazionaliste regioni occidentali guardano a Bruxelles e a Washington, mentre quelle orientali vedono in Mosca la loro stella polare.