L’Udc deve passare dalla fase tattica a quella strategica

Gianni Baget Bozzo

Il Consiglio nazionale dell’Udc ci ha restituito la forza delle immagini tradizionali della Dc: sapersi dividere, anche aspramente, per ritrovare alla fine, una unità formale. L’unità del partito è un valore che va oltre le differenze politiche: vanno manifestate, ma non fino al punto di determinare una rottura dell’unità. Questa è stata la caratteristica dei partiti democristiani, opposta a quella dei partiti socialisti, i quali hanno sempre subordinato alle loro scelte ideali i loro destini politici di forza organizzata. L’Udc ha dietro un certo specifico consenso nel mondo cattolico ed è questo consenso a costituire il supporto morale e politico della unità. Quale fosse la differenza tra Casini e Follini è difficile dire. Follini è stato scelto da Casini ed il logoramento che egli ha fatto, non solo del governo ma della persona del presidente del Consiglio, non era solo farina del sacco del segretario. Ambedue i leader democristiani puntavano a una «deberlusconizzazione» del centrodestra e misuravano con attenzione le sconfitte elettorali che toccavano alla Casa delle libertà sotto la direzione di Berlusconi in tutte le elezioni seguite a quelle politiche del 2001. In ambedue c’era la volontà di scavare, attorno alla crisi della leadership berlusconiana, uno spazio proprio per l’Udc come partito di centrodestra. Il punto era dove fermarsi: e qui sta la differenza tra la linea di Casini e quella di Follini, a cui Bruno Tabacci ha dato continua vocalità. Vi era un momento in cui la diminuzione della guida di Berlusconi avrebbe determinato la crisi del centrodestra come categoria politica? Secondo Casini, occorreva porre un limite alla polemica nel momento in cui essa rischiava di travolgere tutta la Casa delle libertà. Follini puntava invece sulle primarie interne al centrodesta proprio come il mezzo per una delegittimazione formale di Berlusconi come leader, cioè per una ridefinizione totale del centro destra di cui egli però non forniva la chiave. La definizione di centro che da Follini è quella classica della storia della Dc, del centro che guarda a sinistra.
La nuova segreteria non rappresenta un cambiamento radicale a questa concezione, lo si vede nel fatto che Lorenzo Cesa, eletto segretario, ha addirittura usato una formula più radicale di quella di Follini: no alla modifica della par condicio «senza se e senza ma». Non è un caso che egli abbia scelto la formula classica dei pacifisti.
La modifica della par condicio è stata una richiesta del presidente del Consiglio sin dall’inizio del suo mandato ed è coerente alla figura di Forza Italia come partito virtuale, che gli ha permesso, proprio per questo suo carattere di mantenere in piedi la coalizione, sacrificando anche i suoi interessi di partito reale, specie nelle nomine di sottogoverno, cui i democristiani, partito ben reale, sono stati sempre bene attenti. Se l’Udc vuole essere alternativa alla sinistra e vuole vincere le elezioni, non può essere indifferente a una richiesta così rilevante per Forza Italia. L’interesse dell’Udc a se stessa come partito deve trovare un punto in cui prende corpo un interesse alla vittoria di coalizione e quindi anche a un successo di Forza Italia, il partito maggioritario della Casa. I democristiani della Dc sono giunti al proprio suicidio politico quando hanno spinto la tattica sino a ignorare la strategia. E questo è ancora il limite dell’Udc: giocare tutto sulla tattica e sui mezzi, nulla sulla strategia e sui fini. Stavolta il fatto positivo è che essi però si sono divisi e che l’unità è stata composta proprio da un berlusconiano come Cuffaro per impedire la spaccatura del partito. Cosa farà Cesa e fin dove giungerà la divisione tra Casini e Follini nella condotta ad attuale segretario è ancora una pagina da scrivere.
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