L’Udc ha paura degli strappi di Casini e Follini

Abruzzo e Puglia sono gestite da commissari, Liguria senza guida

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

«Noi che combattiamo la monarchia di Berlusconi? Bene, a parte il fatto che non c’è partito più monarchico del nostro... ».
Lo sfogo di un dirigente ligure manifesta il disagio che percorre sottotraccia il partito di Casini e Follini. Non che la linea politica della coppia di comando sia contestata. Almeno non ancora e non apertamente: solo in caso di rottura con la Cdl e corsa solitaria alle elezioni, il dissenso emergerebbe sotto forma di defezioni. «Fuori dal governo e dalle giunte locali, con una campagna elettorale in salita: non stupisce che qualcuno stia già prendendo contatti per offrirsi al probabile vincitore», spiega un esponente meridionale.
Lunedì sera, dopo aver visto nei telegiornali la conferenza stampa di Follini, molti esponenti locali del partito si sono scambiati telefonate dense di perplessità. «E ora? Ci siamo infilati in una situazione da cui non è facile uscire». «Io l’ho detto a quelli di Roma: attenti a strappare, molti non ci seguiranno».
Quel che già ora non piace è la gestione dell’Udc: «verticistica» nelle definizioni più benevole, «monarchica» in quelle polemiche. Dice un ex segretario regionale: «Non so come finirà, ma so per certo che non deciderà il partito. Figuriamoci! Queste cose non si fanno più. Un giorno si riuniranno Casini, Follini e pochi altri, poi ci faranno sapere. Nell’attesa, restiamo nell’incertezza».
A quasi tre anni dal primo congresso che sanciva l’unificazione di Ccd, Cdu e Democrazia europea, in molte città il partito non ha ancora un segretario regolarmente eletto, un direttivo, insomma gli organi di base. Quest’anno il tesseramento non è ancora partito. «Il Consiglio nazionale dovrebbe decidere entro fine mese», spiegano al Dipartimento organizzativo di Roma. Quindi siamo fermi al tesseramento stabilito nel 2003. In periferia si aspetta: chi spera di acquisire posizioni migliori freme, chi cerca di conservarle no, «anche perché fare le tessere costa... ». Non mancano i pasticci locali. Due regioni (Abruzzo e Puglia) sono commissariate. A Bari, commissariata pure la provincia. «Il partito è in difficoltà», spiega un dirigente preoccupato. In Emilia-Romagna - dove peraltro l’Udc non ha una sede - il congresso, a lungo rimandato, non è ancora stato convocato. In Liguria il segretario Vittorio Adolfo, contestato da metà dei dirigenti regionali, risulta ufficialmente dimissionario, ma non è stato sostituito con un commissario. Quindi di fatto il partito è acefalo. In Piemonte, il congresso regionale del 30 luglio anziché calmare le acque le ha agitate. Due ex assessori regionali (insieme 15mila preferenze alle ultime regionali) lamentano di essere stati fatti fuori. Inoltre Torino non ha un segretario cittadino.
In Sicilia (dove l’Udc raccoglieva il 14%) il lungo braccio di ferro tra Raffaele Lombardo (segretario regionale) e «quarantenni» fedeli a Follini si è concluso con uno strappo. Lombardo è uscito dal partito, ha fondato il Movimento per le autonomie, si è presentato alle comunali di Catania con quattro liste e ha prosciugato l’Udc. In giro per l’Italia, molti sospirano: «Visto cos’è accaduto in Sicilia? La regola è: o con me o fuori».
Prima del congresso nazionale svoltosi a luglio a Roma, in tutta Italia si sono messi in piedi in fretta e furia i congressi provinciali, che hanno eletto i delegati. Ma non tutte le ferite sono state sanate, e dove non si riusciva a ricondurre la vita del partito nei binari previsti dello statuto, si è ricorsi all’arte di arrangiarsi, «per esempio dividendosi i delegati a tavolino», racconta uno di loro.
In alcune parti d’Italia sopravvive la frattura tra ex Ccd ed ex Cdu, con questi ultimi che si sentono ridimensionati. Del resto ex Cdu era Gianfranco Rotondi, che se ne è andato contestando i vertici e ha rifondato la Democrazia cristiana.
Nell’ultimo anno, Follini ha rinsaldato il controllo della struttura del partito. Racconta un dirigente: «Correnti? No, ormai nel partito c’è un’unica grande corrente che cerca di non rompere i c... al segretario, anche quando non è d’accordo con lui». E un altro: «La linea politica ai livelli inferiori si fa con una gestione personale, che si legittima sulla base di frasi come “Follini ha detto”. Mai che si senta dire “la gente ha detto... ”».
Qualcuno parla di «gestione monarchica: se stai con il re non c’è problema, e Roma ti lascia in pace. Altrimenti interviene Roma e sistema le cose. C’è un problema di democrazia interna e di regole. È bello citare De Gasperi e Moro, ma la Dc non si era mai permessa di commissariare una regione solo perché vinceva una corrente diversa da quella del segretario».