L’Udc perde la «testa» e si spacca a metà

La crisi dopo un mese di scontri dal tentato «golpe» di Sanremo

Federico Marchi

Ha epicentro a Imperia ma fa crollare tutta la Liguria, il terremoto in casa Udc. Dopo il commissariamento della segreteria provinciale imperiese, stessa sorte toccherà a quella regionale. Al termine di una giornata, quella di ieri, che ha tutti i contorni di un giallo.
In mattinata sono state ufficializzate le dimissioni irrevocabili e immediate di metà dei componenti del Comitato regionale, in aperta polemica con il segretario regionale Vittorio Adolfo. In testa al documento, firmato da 26 componenti su 51, si legge che la decisione «è riconducibile all’inesistente azione politica del partito a livello regionale, che ha determinato una continua erosione di consenso elettorale». In realtà, attacca Adolfo, le firme sono 24, perché Giovanni Rodà l’ex segretario provinciale di Imperia è sospeso dal partito e Franco De Bernardi ha inviato una lettera in cui dice di essere stato raggirato. Tra i firmatari di spicco Sergio Cattozzo, l’ex candidato al collegio di Albaro Roberto Suriani, l’ex consigliere regionale Giandomenico Barci e l’ex presidente Filse Marco Desiderato. Trattasi della conclusione del braccio di ferro intrapreso tra l’ex segretario imperiese Rodà, sospeso cautelativamente lo scorso primo giugno dai probiviri, e Adolfo, l’ex assessore regionale ai Trasporti che aveva coordinato la raccolta di firme per arrivare al commissariamento. Ieri Rodà ha risposto con la stessa carta, la raccolta di firme della sfiducia, sostenuto da coloro che da sempre avversano Adolfo e che hanno colto la palla al balzo.
Tutto ha inizio con il tentato golpe di Sanremo, l’8 maggio scorso. I consiglieri comunali di minoranza che, per far cadere la giunta di centrosinistra guidata da Claudio Borea, presentano in massa le proprie dimissioni nello studio di un notaio, complici due membri di maggioranza pronti a intervenire. L’operazione fallisce per la sola assenza del consigliere dell’Udc Massimo Saviozzi, che ritiene le proprie dimissioni un atto ingiusto nei confronti di chi, meno di un anno prima, lo ha votato. All’interno dell’Udc e dell’intera Casa delle Libertà è subito polemica, soprattutto perché il gesto trova il pieno consenso dell’allora segretario provinciale Rodà. Di qui la raccolta di firme da parte di Adolfo, intenzionato a sfiduciare i due «ribelli» e a recuperare la fiducia degli alleati, Mauro Libè, componente della segreteria nazionale di Follini, nominato commissario di Imperia, Saviozzi e Rodà deferiti ai probiviri. Di pochi giorni fa il telegramma del presidente del collegio nazionale Raffaele Capunzo, con il quale i due sono cautelativamente sospesi in attesa di un chiarimento da parte loro. I due replicano con una missiva dai toni durissimi che inviano al segretario nazionale Marco Follini, al presidente Rocco Buttiglione e al segretario organizzativo nazionale Renato Grassi. Contestano la già avvenuta emissione di una condanna, sottolineano come il risultato elettorale di Saviozzi alle ultime elezioni regionali sia più del doppio delle preferenze dell’assessore uscente Adolfo. I riferimenti al segretario regionale, più o meno espliciti, proseguono quando Rodà e Saviozzi parlano di «versione dei fatti infondata e distorta». Intanto è già partita la controraccolta di firme, iniziata lo scorso 28 maggio quando Rodà è ancora segretario.
Il colpo di scena nel pomeriggio di ieri, quando Adolfo dice la sua, di verità: «Io ho in mano un altro documento in cui 26 membri del comitato regionale rassegnano le proprie dimissioni, in accordo con me, per ripartire e per dare nuovo impulso al partito. E loro sono in 24: la maggioranza è mia». Nessuna sfiducia dunque, solo dimissioni tecniche. Resta il fatto che 26 a 24 non sono proprio una maggioranza schiacciante. E, soprattutto, stupiscono le improvvise e contemporanee dimissioni di tutti i membri del comitato, metà per sfiduciare il segretario e metà in accordo con lui. «Da tre mesi ho informato Follini che in Liguria volevo un azzeramento del quadro regionale per aprire un dibattito su tutto il territorio, andando così a nuovo tesseramento e a congresso - spiega Adolfo -, perché reputo che l’attuale comitato abbia esaurito la propria fase politica». Secca e ironica la replica di Rodà: «Adolfo dovrebbe contare meglio e si accorgerebbe che 26 firme in mano non le ha. E non capisco un segretario che si dimette per rifondare un partito: il suo compito è se mai quello di indicare la linea. Adolfo mi sembra come quello che, dopo essere caduto da cavallo, rialzandosi tutto ammaccato dice che tanto doveva scendere». La corsa è cominciata, o forse è già finita.