L’Udc soccorre Prodi su Kabul: altolà di Forza Italia

La promessa del premier al Prc: «discontinuità» e niente aerei Amx

Roberto Scafuri

da Roma

L’Udc prova con i segnali di fumo. Romano Prodi invece usa il telefono per accogliere i malumori denunciati dal segretario rifondatore Franco Giordano. Quasi una «mediazione» in prima persona, quella operata da Prodi tra il leader del maggior partito pacifista e i ministri degli Esteri e della Difesa, D’Alema e Parisi, a proposito del rifinanziamento delle missioni. Raccomandazioni e smussamento di angoli che dovrebbero trovare conferma domani, alla riunione dei capigruppo unionisti prevista per le 12 in Senato. Ci vorrà una formulazione che accontenti tutti e non smentisca nessuno, possibilmente neppure i nostri comandi militari. Si cerca così di portare il centrosinistra al voto del rifinanziamento contenendo (relativamente) i patemi d’animo e scongiurando il voto di fiducia, che Prodi comunque conserva in tasca come extrema ratio. Nel documento, allora, dovrebbe emergere chiara e visibile la «discontinuità» del ruolo e degli scopi delle nostre truppe in Afghanistan: missione di pace pura, sotto egida Onu, senza ridislocazione di uomini e mezzi dall’Irak alle zone afghane che sembrano tornare teatro di guerra. Niente aerei Amx, niente Predator, niente armi che riconducano la missione da mantenimento della sicurezza civile a logiche da «caccia al talebano o al terrorista». Per questo vi andrebbe scritto anche che i nostri soldati non dovranno muoversi dalla zona di Herat e da Kabul e che accresceranno i compiti civili. Il loro numero, in questi anni dilatatosi da 1.300 a 2.400 a seconda dei periodi, sarà specificato mai superiore alle 2.000-2.300 unità. In cambio, la data del disimpegno da Kabul e l’inizio di una vera e propria exit strategy, come chiesto dalla sinistra radicale, sarebbero accantonate. Il governo potrebbe rinunciare al voto di fiducia, sognando magari «larghe convergenze bipartisan che sarebbero proprie di materie di questo genere» (come non esita a rilanciare qualche stretto collaboratore di Prodi, assieme al socialista Villetti). I «dissidenti irriducibili» di Prc, Pdci e Verdi dovrebbero invece votare per «disciplina di partito».
Tutto questo, ovviamente, se il punto d’equilibrio trovato ieri reggerà alle spinte di varia natura. La prima delle quali parlamentare, visto che da parte dell’Udc arrivano segnali di un «sì» al rifinanziamento: «Non è immaginabile un voto parlamentare contrario, salvo nel caso di questione di fiducia», ha dichiarato Ronconi. Ipotesi ritenuta «assurda e inaccettabile» dal coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi: «Noi presenteremo un atto di indirizzo nel quale ribadiremo il carattere umanitario di tutte le nostre missioni di pace, coerentemente seguito con la politica internazionale degli ultimi cinque anni...». D’altronde la Cdl vuole attendere le mosse del governo, prima di decidere il da farsi e non vuole «offrire stampelle» al governo. Di «senso di responsabilità» parla però anche l’udc Vietti, possibilista come il dipietrista De Gregorio. Le possibilità di un voto bipartisan sono molto ridotte, anche perché creano nuovi problemi alla maggioranza. Il «no a geometrie variabili» ribadito ieri dal Pdci trova sponda nel chiaro monito di Silvio Sircana, portavoce di Prodi: «Certo, i voti non si rifiutano. Ma quando sono ininfluenti...». Nel caso contrario, insomma, Palazzo Chigi non esiterebbe a usare il voto di fiducia.
Eventualità che «ci potrebbe salvare l’anima», dice il capogruppo prc Giovanni Russo Spena, «ma che non ci piace». Recuperare la sinistra è l’operazione cui tende tutto il governo. Come spiega il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, «la contrarietà della sinistra alla missione afghana è motivata soprattutto dal fatto che essa faceva parte dell’operazione Enduring Freedom, ormai in via di smobilitazione. La missione Isaf è tutt’altra cosa e non a nulla a che vedere con l’idea della guerra preventiva. Noi siamo lì per sostenere e diffondere le basi di una convivenza civile, come l’impegno dei nostri uomini a Herat ampiamente dimostra». Fiducioso sulla possibilità di accordo con la sinistra anche il sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti. Il capogruppo dei deputati verdi, Angelo Bonelli, chiarisce che «non poniamo veti e non faremmo mai cadere il governo», mentre persino Paolo Cento parla di «punto d’equilibrio». Sforzi unitari che non mettono certo al riparo dalle critiche di settori ultrà: i Cobas di Bernocchi già annunciano un «presidio» davanti Montecitorio per martedì. Prezzi da pagare scontati. Anzi, già messi nel conto.