L’Ue apre la porta alla Serbia. Grazie all’Italia

Premiato l’impegno personale del ministro Frattini, tra i più decisi a
spingere Belgrado al compromesso anche sul Kosovo per giungere al
traguardo europeo. L’ultimo ostacolo: la piena collaborazione per la
cattura del criminale di guerra Mladic

Il cammino della Serbia verso l’integrazione nella Unione Europea è stato avviato. Nella riunione di ieri a Lussemburgo, i ministri degli Esteri dei Ventisette hanno infatti sbloccato la domanda di adesione di Belgrado, che sarà quindi trasmessa alla Commissione europea. In ambito diplomatico, si sottolinea che si è così voluto ricompensare gli sforzi che Belgrado ha concretamente dimostrato dopo la svolta politica filoeuropea del 2008, ma che questo dovrà in pratica avere una contropartita: l’impegno serbo all’arresto di Ratko Mladic e Goran Hadzic, i due grandi criminali di guerra ancora latitanti.
Il governo italiano, che ha svolto un ruolo di forte incoraggiamento a questo obiettivo con l’impegno personale del ministro Franco Frattini, ha espresso soddisfazione per la svolta, che per il nostro ministero degli Esteri rappresenta «un giusto segnale» che arriva «al momento giusto per la Serbia e per l’intera regione balcanica». L’Italia sta estendendo i suoi rapporti con la Serbia anche in campo economico, come dimostrano le recenti mosse delal Fiat: ora è pronta a partire la seconda linea di credito di 20 milioni per le piccole e medie imprese del Paese balcanico, finanziata dalla direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo della Farnesina, mentre d’intesa con Confindustria si sta studiando il modo migliore per diffondere presso il mondo imprenditoriale italiano le opportunità d’investimento che offre il mercato serbo.
Con la svolta decisa a Lussemburgo, la Serbia potrebbe ottenere lo status di Paese candidato già l’anno prossimo e aspirare a una piena adesione all’Unione nel 2016. Ma c’è appunto di mezzo la questione dei criminali di guerra: nel testo di compromesso finale siglato dai ventisette ministri degli Esteri dell’Ue si legge che «la piena cooperazione con il Tribunale Penale internazionale è una condizione essenziale per l’adesione all’Unione Europea» e che «la prova più convincente degli sforzi della Serbia e della cooperazione con il Tribunale» sarà appunto l’arresto di Mladic e di Hadzic.
La domanda di adesione di Belgrado era ferma dallo scorso dicembre. La situazione è stata sbloccata dall’atteggiamento costruttivo dimostrato dal governo serbo il mese scorso in occasione dell’elaborazione della risoluzione dell’Onu sul Kosovo, l’ex provincia serba a maggioranza albanese la cui indipendenza autoproclamata e riconosciuta da alcune decine di Paesi occidentali tra cui l’Italia non è mai stata digerita a Belgrado. In quell’occasione la diplomazia serba ha agito in stretta collaborazione con l’Ue, dimostrando progressi reali sulla via del non facile dialogo con Pristina.
A questo punto il principio della futura adesione della Serbia all’Unione è acquisito, anche se resterà fortemente ancorato agli impegni di Belgrado soprattutto sul generale Mladic, che è ricercato dal 1995 per crimini di guerra commessi in Bosnia e in particolare per il sanguinoso assedio di Sarajevo e per il massacro a sangue freddo di ottomila civili musulmani inermi a Srebrenica, la più grave tragedia avvenuta in Europa dopo la seconda guerra mondiale.
Non tutti i governi europei hanno avuto una posizione concorde su questa scelta. La Svezia premeva per una maggiore elasticità, considerando importante premiare i progressi dimostrati da Belgrado: e l’Italia era concorde su queste posizioni. L’Olanda invece ha assunto una posizione molto più rigida, minacciando un veto. Si è così giunti a un compromesso, che il ministro degli Esteri olandese Uri Rosenthal ha così commentato con soddisfazione: «A ogni tappa di avvicinamento all’Europa, la Serbia dovrà provare che coopera pienamente con il Tribunale dell’Aia».
I vertici dello Stato serbo assicurano che questa cooperazione ci sarà. Ieri il presidente Boris Tadic ha ribadito che gli sforzi per arrestare il generale Mladic «non cesseranno mai». La Procura serba per i crimini di guerra ritiene che il famigerato latitante si trovi nel Paese e non esclude che nel 2008 fosse effettivamente rifugiato presso Belgrado come ha scritto il New York Times.