L’Ue e i transessuali: «Chi diventa donna va in pensione prima»

Lorenzo Amuso

da Londra

Bruxelles dà ragione ad una pensionata transessuale e boccia il Regno Unito, accusato di discriminazione sessuale. Con una storica sentenza la Corte di giustizia europea ha riconosciuto a Sarah Margaret Richards, passata dal sesso maschile a quello femminile, il diritto a ricevere la pensione alla stessa età alla quale viene concessa a qualsiasi altra donna britannica (60 anni). Non dovrà dunque più pazientare Sarah, una cittadina britannica che da oltre quattro anni combatte contro la burocrazia britannica e che, nel maggio 2001 a 59 anni - in seguito a una disforia sessuale - ha deciso di cambiare sesso. Ma quando, pochi mesi più tardi, al compimento dei 60 anni ha poi presentato regolare richiesta per la pensione, se l’è vista respingere dalla Secretary of state for work and pensions. Domanda non accolta sulla base dell'età: Sarah non ha ancora raggiunto i 65 anni, soglia minima per avere diritto alla «pensione maschile».
Lei d'altronde ufficialmente era ancora un uomo dal momento che all'epoca la legislazione non consentiva il riconoscimento dell'avvenuto cambiamento di sesso. La svolta arriva solo nel 2004, quando viene approvata la Gender recognition act che prevede l'emissione del cosiddetto certificato di «riassegnazione del sesso» (uniche condizioni: l'interessato deve soffrire di disforia sessuale e avere vissuto per oltre due anni con la sua nuova identità). Qui però entrano in campo le differenti letture degli esperti di diritto: per alcuni questo certificato riconosce il cambio di sesso del transessuale, per altri la sua validità non può essere estesa in modo retroattivo. In base a quest'ultima interpretazione Londra le nega la pensione, ma Sarah non si arrende e impugna il provvedimento, convinta che la legge britannica violi la Convenzione sui diritti umani. E porta il suo caso di fronte alla corte di giustizia del Lussemburgo.
Lo scorso dicembre la prima vittoria. L'avvocato generale Francis Jacobs sostiene che «un rifiuto del genere costituisce una discriminazione contraria alla direttiva comunitaria sulla parità di trattamento in materia di sicurezza sociale». Conclusioni riprese ieri nella sentenza dei giudici Ue. «L'asserita discriminazione - si legge - risiede nel fatto che il Regno Unito omette di riconoscere alle persone transessuali, nel loro sesso così come acquisito, gli stessi diritti delle persone registrate come appartenenti a quel sesso fino dalla nascita». Due i principali addebiti alla tesi difensiva sostenuta dalle autorità britanniche. La Corte ricorda che il diritto di non essere discriminati per il proprio sesso costituisce uno dei diritti fondamentali della persona umana, e tale diritto vale anche per le discriminazioni determinate dal cambiamento di sesso. Inoltre viene evidenziata la disparità di trattamento conseguente all'impossibilità da parte della Richards di vedersi riconoscere il nuovo sesso. Una violazione, si legge nella sentenza, che «costituisce una discriminazione che viola una direttiva comunitaria sulla parità di trattamento in materia di sicurezza sociale». Respinto anche l'argomento, proposto dai giudici inglesi, secondo cui la decisione di rimandare la pensione di Sarah rientra nell'ambito di una deroga che autorizza uno Stato membro a stabilire una diversa età pensionabile per uomini e donne. Non è accettabile - in sintesi - che lo stato riconosca il cambio di sesso di un proprio cittadino, salvo poi negargli diritti sacrosanti. Diritti che ora potrebbero essere estesi negli altri stati dell’Unione.