L’Ue sblocca i fondi per i terroristi di Hamas

I motivi umanitari prevalgono sul mancato riconoscimento dello Stato ebraico

Gian Micalessin

Alla fine l’unica a pagare per salvare dal collasso l’Autorità nazionale palestinese di Hamas è l’Europa. Mentre Israele blocca i dazi doganali, gli Stati Uniti congelano tutti gli aiuti non umanitari e i Paesi arabi regalano vaghe promesse, i ministri degli Esteri di Bruxelles hanno approvato ieri lo stanziamento di 120 milioni di euro. Con quei soldi l’Anp potrà pagare l’ultima bolletta energetica, tenere aperti ospedali e scuole e pagare gli stipendi ai propri dipendenti. La mossa approvata dai ministri dell’Ue senza proteste israeliane o statunitensi ha il sapore di una mossa concordata. La votazione di Bruxelles è preceduta dalla divulgazione di un’allarmante lettera di James Wolfensohn. Nella lettera indirizzata ai mediatori internazionali l’inviato a Gerusalemme del Quartetto diplomatico (Usa, Onu, Ue e Russia) descrive un’Anp sull’orlo dell’abisso, stremata dalla decisione israeliana di bloccare le rimesse per oltre 50 milioni di dollari mensili. Un’Anp condannata a fronteggiare, entro due settimane, una pericolosissima ondata di caos e anarchia.
«Il mancato pagamento degli stipendi – scrive Wolfensohn – avrà conseguenze non solo per l’economia palestinese, ma anche per la sicurezza e la stabilità degli israeliani». Grazie a quella lettera recapitata alle agenzie di stampa internazionale i ministri degli Esteri europei non possono esimersi dal dare il via libera all’ambulanza finanziaria destinata ai palestinesi e sollecitata da Parigi. Ma il sollievo sarà di breve durata. I 40 milioni regalati al presidente Abu Mazen per pagare la bolletta elettrica, assieme ai 64 milioni per scuole e ospedali e i 16 milioni per gli stipendi di 140mila dipendenti, dureranno qualche settimana. Finite le elezioni israeliane e formato il governo di Hamas la politica tornerà al suo corso normale. A quel punto Bruxelles dovrà definire la sua politica nei confronti dell’Anp, guidata da un’organizzazione iscritta dalla Ue nel libro nero del terrorismo. Ma per ora va bene così, e quasi a tutti. «Siamo d’accordo di non andare d’accordo», spiega con un ossimoro rivelatore il portavoce del ministro degli Esteri israeliano Mark Regev. E neppure il ministro Tzipi Livni sembra contestare la decisione europea di non bloccare i fondi fino all’insediamento ufficiale dell’esecutivo di Hamas. «Per l’Europa questo è un periodo di transizione, e noi non abbiamo alcun disappunto - spiega il ministro degli Esteri - anche perché il nuovo governo palestinese sarà in carica molto presto».
In ogni caso soltanto i 16 milioni di euro destinati ai pagamenti dei salari transiteranno sui conti dell’Anp. I soldi destinati ai conti energetici arriveranno direttamente sui conti delle aziende israeliane fornitrici di energia elettrica. I fondi per scuola e sanità verranno veicolati attraverso l’agenzia dell’Onu (Unrwa) incaricata dell’assistenza alla popolazione palestinese. La parte più consistente di quei 120 milioni di euro rispetta dunque il criterio fissato da israeliani e statunitensi, concordi sulla necessità di non interrompere gli aiuti umanitari.
Per il commissario dell’Unione Europea Benita Ferrero Waldner, responsabile dei rapporti con l’estero, lo stanziamento rappresenta «un aiuto al governo di transizione e un tentativo di appoggiare il presidente Abu Mazen». Secondo la Ferrero Waldner prima di decidere la sua condotta nei confronti della nuova Anp controllata da Hamas l’Europa dovrà esaminare il programma del nuovo esecutivo. I più entusiasti per la generosità europea - definita un passo nella giusta direzione - sono ovviamente gli uomini di Hamas. «Apprezziamo qualsiasi aiuto straniero - dice il portavoce Sami Abu Zuhri - purché non limiti e non condizioni i diritti del popolo palestinese».
Una delegazione di Hamas prepara intanto lo sbarco a Mosca, fissato per il prossimo venerdì. Annunciando la discussa visita, che ha fatto infuriare israeliani e americani, Alexander Kalugin, inviato di Mosca per il Medio Oriente, non ha escluso un incontro tra Khaled Meshaal, segretario dell’ufficio politico in esilio e capofila della delegazione, con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Durante l’incontro il ministro, stando alle anticipazioni di Kaligin, premerà su Hamas per convincerlo ad assumere posizioni più concilianti sul riconoscimento di Israele e sulla lotta armata.
Kadima sembra intanto spaccarsi sul ruolo di Mazen. Il presidente palestinese, definito irrilevante dal ministro degli Esteri signora Livni, è stato ieri difeso come «interlocutore fondamentale» dall’ex laburista Shimon Peres, candidato numero due nelle liste del nuovo partito.