L’Ue taglia i seggi all’Italia e sbugiarda Prodi: "Protesta ma diede l’ok"

Confermata la perdita di sei parlamentari per il nostro Paese, che passa da 78 a 72. Persa la parità con Francia e Gran Bretagna

Bruxelles - Dalla padella, direttamente nella brace. Il «no» preannunciato l'altro giorno da Romano Prodi alla nuova ripartizione dei seggi dell'Europarlamento, frutta al premier non solo il varo a larga maggioranza del progetto dei seggi per il quinquennio 2009-2014 (in cui l'Italia passerà da 78 a 72, perdendo la parità con Francia e Gran Bretagna), ma anche una sfida dei relatori del provvedimento approvato ieri in aula, che non solo gli ricordano di «non aver sollevato proteste» e di aver ben saputo tutto fin dall'inizio, ma lo invitano - facendo capire chiaramente di non crederci affatto - a porre un veto al consiglio di Lisbona della prossima settimana. «Io ricordo che proprio Prodi fece un gran discorso contro gli egoismi nazionali!» lo ha incalzato il socialista romeno Severin. «A giugno, il premier italiano aveva accettato questi numeri! E che: solo adesso poi, a mesi di distanza ci viene a dire che non gli sta bene?!» gli ha fatto eco il popolare francese Lamassoure.

Molto agguerriti i due relatori del provvedimento davanti alle obiezioni poste loro in gran parte da giornalisti italiani. Hanno sbandierato a gran voce le tantissime bocciature (a colpi di 500 contro 100) ricevute dagli emendamenti presentati dagli europarlamentari di Roma. Hanno ironizzato a lungo sulle «contraddizioni» del nostro governo, pronto a prender per buone le percentuali di voto tra i Paesi (costruite anch'esse sui residenti), ma a rifiutare la nuova suddivisione dei seggi accampando la necessità di riferirisi alla cittadinanza. «Non ci hanno fornito un solo elemento serio su cui basare la possibilità di una revisione» hanno detto i due in coro. Con Severin che si è spinto a definire la protesta italiana - unanime, dal centrodestra alla sinistra - nient'altro che «una bega interna» oltre che il frutto della nostalgia per un'Europa dove pochi grandi Paesi facevano e disfacevano, ma che oggi non c'è più.

Poche ore più tardi, quando da Bruxelles si cominciava a sfollare, giungeva la replica del premier italiano, che si è pure preso i rimbrotti dei due eurodeputati maltesi Busuttil e Casa per essersi detto perplesso sul numero di seggi assegnati a Malta. Da Prodi sono arrivate molte parole in cui si prendeva atto del voto, ma si puntava un indice sul risultato (378 sì, 154 no e 109 astenuti) per sostenere che dimostrava «la mancanza di una visione condivisa», il che dovrebbe autorizzare a far slittare ogni decisione sulla composizione del nuovo europarlamento.

Ma anche su questo Severin e Lamassoure si erano espressi in termini trancianti qualche ora prima. «Rivedere le cose? Assurdo. Se qualcuno pone il veto se ne assuma le responsabilità, ma un voto così a larga maggioranza non si può rivedere», il giudizio del romeno. «Sono sicuro che l'Italia non ucciderà il trattato solo per mostrare la sua amarezza» gli faceva eco Lamassoure. Il quale, per mostrare che non si trattava affatto dell'esito di una campagna anti-italiana, teneva a far notare di aver appoggiato la richiesta del capogruppo azzurro Tajani, di inviare Poettering a Lisbona per far presente al Consiglio la necessità di creare termini di riferimento per arrivare, dopo il 2014, ad una «nazionalità» che permetta un computo al di là della residenza e che vada in direzione di quanto previsto dai trattati. Emendamento questo scritto da Tajani e appoggiato da Lamassoure che, in aula, ha ricevuto la quasi unanimità dei consensi.

Resta il fatto che per ora la battaglia italiana per la parità con Francia e Gran Bretagna è persa. «Confidiamo che il governo saprà condurre a Lisbona una trattativa che per noi si riveli positiva...» hanno scritto a 20 mani tutti i capigruppo italiani, da Romagnoli (Fiamma) a Musacchio (Prc), passando per Pittella, Tajani, Borghezio, Fava, Cappato, Frassoni e via dicendo. In realtà per Prodi le alternative sembrano solo due: o porre il veto o far finta di nulla. Invocando le solite «ragioni supreme dell'Europa».