L’ufficiale della X Flottiglia Mas scampato due volte alla morte

Maria Vittoria Cascino

«Ho la paura retroattiva. Non voglio ricordare. Non voglio raccontare». Eppure ha accettato l’incontro Ivo Ilariucci, 84 anni e un paio d’occhi grigio-azzurri stanchi e mobilissimi, pronti a tradire un’emozione sigillata. Pensi che gli spiacesse dirti no al telefono, forse da gentiluomo preferiva spiegarti di persona di quella «campana di vetro» in cui ha deciso di vivere dopo il 25 aprile del ’45. Perché Ilariucci era ufficiale della X Flottiglia Mas, operante sui Mezzi d’Assalto di Superficie e Subacquei. Il corpo scelto di volontari «votati all’estremo sacrificio», quelli di «fosse anche la mia vita purché l’Italia viva». Quelli comandati dal principe Junio Valerio Borghese, che a mettersi nelle mani dei tedeschi, dopo l’otto settembre, non ci sta e alla Spezia offre l’alleanza a patto che la X Mas mantenga autonomia, insegne, divisa, ufficiali e regolamento.
Arriva da qui Ilariucci, arriva da una generazione dove patria e onore sono valori assoluti. E la premessa te la sottolinea perché gli strumenti di lettura vanno tarati prima. Ma lui parte dal poi. Dalla fine della guerra, quando fu mandato in Africa «per adempiere all’obbligo del trattato di pace firmato a Versailles, che imponeva al governo italiano di effettuare lo sgombero di navi e relitti affondati dal Canale di Suez alla Stretto di Gibilterra. «Accetto l’incarico e mi fermo lì fino al 1956. Avevo ripulito il tratto che va da Suez alle secche di Kerkennak». Qui lo hanno cercato fior di cronisti e storici. Per sapere. Ilariucci ha tenuto la bocca chiusa. «Sono un perdente, ma mi sento vincitore d’una guerra perduta con dignità ed onore. Tutti noi abbiamo pagato a caro prezzo il rifiuto della società civile. Per aver mantenuto fede a quanto ci chiese Aimone di Savoia: conservare il segreto militare contro gli avversari e continuare la strada intrapresa. Impegno mantenuto contro ogni interesse e che ci ha garantito l’emarginazione».
Le coordinate entro cui leggere la sua storia le ha date. Vorrebbe fermarsi lì, ma poi fa un bel po’ di passi indietro. Torna al quel 9 giugno del 44: «Stavo percorrendo la statale 63 del Cerreto. Ero reduce dal fronte di Anzio-Nettuno e andavo da mia madre, sfollata sull’Appennino emiliano. Vengo catturato da un gruppo di partigiani lì per minare un ponte. Dopo una serie di peripezie, finisco a disposizione, come prigioniero, del commissario politico di una brigata Garibaldina, “Eros”, alias Didimo Ferrari. Arrivava da Ventotene, dove era stato detenuto per delitti politici e da dove fuggì l’otto settembre. Mi disse che era il braccio destro di Pietro Secchia. Parlava spesso con me quando mi tiravano fuori dalla buca, 70 centimetri di lato, dove ero detenuto». Erano le buche dei carbonini, i produttori di carbonella. Le scavavano loro per passarci la notte. «Ferrari mi spiegava che la vera guerra, a guerra finita, sarebbe stata la rivoluzione sociale per smantellare i poteri presenti e creare una repubblica stalinista-leninista, voluta da Secchia». Ilariucci ci rimase nove giorni nella buca: «Mi chiedevo perché mi tenessero prigioniero senza maltrattarmi, anzi Ferrari, quando parlava con me mi dava pane e formaggio. Poi ho capito. Ero oggetto di scambio con Pasquale Marconi, in carcere a Reggio Emilia. Marconi era un professore socialista molto stimato nel reggiano e parmense, proprietario della clinica di Castelnuovo, ceduta nel dopo guerra allo Stato dallo stesso che era divenuto senatore della Repubblica».
Ilariucci si sofferma su quel Ferrari che cercò di conquistarlo alla causa. Che «divenne segretario del Pci e fu a capo dell’organizzazione Volante Rossa agli ordini di Secchia. L’obiettivo era l’epurazione nel triangolo Parma-Reggio-Modena. Per questo un procuratore emise mandato di cattura per omicidio plurimo contro Ferrari. Che fu dotato di documenti falsi e fatto emigrare a Praga dove morì». Una parentesi documentale, un passo doppio per riagganciare la buca alla base dell’Alpe di Succiso, quota 2107 metri, dov’era accampato il gruppo di partigiani comandati da Ferrari: «Alle tre e mezza Castagnini, tenente dei Carabinieri di Collagna, prigioniero con me e altri due nella buca, mi sveglia. Perché stanno suonando le campane e significa che c’è in corso un rastrellamento. Potrebbe essere l’occasione buona per tentare la fuga. Tre quarti d’ora dopo s’apre la botola e un partigiano grida in dialetto “fuori tutti”. Ci mettono in fila, quattro partigiani ci scortano. Io disarmo quello vicino a me che aveva un moschetto 91 corto e libero gli altri». Aveva solo 24 anni Ilariucci e abbastanza cervello da consigliare a Castagnini di non tornare a casa a Collagna. Seppe poi che «i partigiani lo avevano aspettato davanti alla porta di casa». Il 16 giugno del ’44 è di nuovo a combattere in Provenza. «Dopo la Liberazione ho lasciato la mia casa di Genova, mi stavano cercando e dovevo far perdere le mie tracce». Va in bicicletta fino a Roma dove resta ospite di amici per qualche mese. «La situazione sembra normalizzarsi e rientro a Genova. Ma mi arrestano gli uomini dell’OSS (Ufficio Servizi Strategici) americano. Resto detenuto 15 giorni e subisco un processo di discriminazione. Poi mi trasferiscono a Marassi». Qui si fa 44 giorni d’isolamento (la sua salvezza) nel braccio dei detenuti politici, mentre «arrivavano i partigiani, caricavano i camion di prigionieri e li portavano via». Ilariucci viene interrogato dal procuratore Scala che ne ordina la scarcerazione con un «non ho ancora capito perché lei sia qui».
È finita. «Il mio destino è andato oltre la mia capacità di sopravvivere». È scampato due volte alla morte, ma per Ilariucci, che non si dichiara fascista, ma italiano, l’opera continua in Africa dove demolisce 709 relitti, fino al 1956.
Non va oltre quest’uomo tutto d’un pezzo. Ha già parlato tanto, troppo. Per il basso il profilo che aveva giurato di tenere per tutta la vita. Per quegli ideali rimasti intatti nelle rapide di una storia impazzita.