L’ultima battaglia di Schwarzy: la ricerca della destra perduta

La California è ultraliberal e il governatore tenta di andare controcorrente

Alberto Pasolini Zanelli

da San Francisco

California contromano? Mentre nel resto d’America si moltiplicano gli sforzi per frenare la moda del matrimonio fra omosessuali, il Parlamento californiano lo ha approvato, prima con un voto del Senato, poi della Camera. Il governatore, Arnold Schwarzenegger, ha però fatto sapere che intende porre il veto. Lo stesso Schwarzy che ha appena nominato il direttore di un Istituto per la Medicina Rigenerativa, recentemente fondato, nel quale la California intende investire 2 miliardi di dollari l’anno. E questo mentre il presidente degli Stati Uniti, George Bush, repubblicano come Terminator, cerca di frenare gli esperimenti con le cellule staminali.
L’anno scorso i californiani, nel momento in cui il resto del Paese riconsacrava il presidente di fede e di guerra, hanno votato in massa per John Kerry laico e, in una certa misura, pacifista. Il resto dell’America si riempie di chiese, soprattutto evangeliche, come se il cristianesimo fosse una religione nuova e in California continua a diffondersi la moda culturale della New Age e anche nei negozietti dei luoghi più sperduti sono in vendita statuette di Budda.
La California come anti-America? Sarebbe esagerato o almeno affrettato. Certo è che non è più vero il giudizio semplice emerso nella seconda metà del secolo scorso con una immagine forte: l’America, si diceva, «è un piano inclinato e così prima o poi tutto finisce col rotolare in California». Dove, d’altra parte, nascevano tutte le cose e le mode nuove, dalla Silicon Valley alla Chiesa di Satana. In più, la California era un posto con tanto spazio e tanto sole, in cui gli americani bianchi proseguivano o rinnovavano il vecchio sogno della Frontiera installandosi in pittoreschi ranch e rimirando, parole di Ronald Reagan, «tutti questi cavalli qui intorno».
La California del XXI secolo continua a essere in fondo a un piano inclinato, ma rivolto verso il resto del mondo: ci rotolano dentro immigrati di tutte le razze tranne quei bianchi, che anzi cominciano ad andarsene perché qui si sta troppo fitti. A San Francisco ci sono più cinesi che europei, a Los Angeles la maggioranza dei cittadini è latinoamericana. C’era una volta Orange County, la rocca del repubblicanesimo conservatore, quello da cui decollò Barry Goldwater: oggi nell’Orange County ci sono più messicani che yankee e le elezioni le vincono i democratici. Generalizzando, ed esagerando appena un poco, si potrebbe dire che questo posto vuoto, assolato e ultra-americano si sta riempiendo di asiatici e di latinos che amerebbero essere governati come degli olandesi o degli scandinavi. Lo Stato Sociale, moribondo altrove, qui nasce o rinasce. Al punto che nell’ultima campagna elettorale presidenziale George Bush ha quasi rinunciato a tenervi comizi perché la partita era persa in partenza e così Kerry per la ragione opposta, perché la vittoria era scontata.
In questo quadro qualcosa stona, anzi qualcuno. Ed è naturalmente Schwarzy, che corre sotto la stessa etichetta di Bush ed è stato eletto plebiscitariamente. Soprattutto perché predica cose ben diverse, riflette una ben diversa realtà. Il repubblicanesimo «moderato» che una volta aveva la sua roccaforte fra New York City e la Nuova Inghilterra e ne è stato spazzato via, potrebbe rinascere proprio qui, dove non aveva tradizioni né radici. Ciò non implica che il compito di Schwarzenegger sia agevole: un po’ il governatore deve tener conto del suo partito, molto del fatto che lo Stato che egli governa è ormai massicciamente democratico, a cominciare dal Parlamento che siede a Sacramento. Egli è costretto a cercare di aggirarlo ricorrendo ai referendum, che polarizzano l’opinione pubblica e spingono su e giù la sua popolarità. In questo momento è tutt’altro che alta, ma poi quando si va alle intenzioni di voto le chance di una rielezione rimangono solide.
Apparentemente un uomo semplice, Schwarzy deve tener conto di realtà complicate, che non derivano soltanto dalla composizione multirazziale della California. San Francisco è così diversa dal resto dell’America che nei giorni della grande crisi diplomatica con la Francia a proposito della guerra all’Irak, mentre il ristorante del Congresso di Washington epurava dal suo menu le «patatine alla francese» sostituendole con le «patatine della libertà», il sindaco della città si presentò al consolato francese per esprimere la propria solidarietà: non a Bush ma a Chirac.
Una realtà che si esprime anche negli aneddoti paradossali; quelli che si diffondono via Internet. Per esempio una storia sui giornali americani e sui loro lettori. Leggono il Wall Street Journal «coloro che comandano in America», la Washington Post «coloro che credono di comandare». E il San Francisco Chronicle «coloro che hanno antipatia per chiunque comandi e prediligono invece un’handicappata lesbica che vive di assistenza oppure un immigrante illegale da questa galassia o da una prossima. A patto, naturalmente, che non sia repubblicano».