L’ultima beffa Ecco il vino fatto senza uva

Dopo le inchieste su bottiglie adulterate e Brunello, l’allarme della Coldiretti: «L’Italia rischia di perdere un terzo del fatturato vinicolo»

nostro inviato a Verona
Il padiglione è il numero 11, quello che di norma uno visita per curiosità. Popolato dai produttori del Resto del Mondo in un Vinitaly che non è solo vino - ci sono i superalcolici nonché l’olio per via del Sol -, ha chiamato a sé le attenzioni per uno scoop della Coldiretti: il vino senza uva. Non è che non ne esista, ma “almeno” i nostri avvelenatori hanno sempre presentato i loro intrugli come vino ottenuto da uva. Ora la riforma comunitaria del settore, che andrà a completa attuazione nel 2015, permette la produzione di vino da frutti diversi. Regolarmente presente alla fiera veronese: lampone e ribes.
Tutto fermenta, solo che prima poteva essere chiamato vino solo la “spremuta” ottenuta da uva. Adesso non più e così un produttore ungherese, espressione di una nazione che ha stravinto con l’Italia la guerra del Tokay, ha pensato bene di prendersi il suo spazio per esporre fermentati di frutta che può tranquillamente chiamare vino, per la precisione «Fruit wine made of raspberries», vino di frutta fatto con lamponi. Quando Luca Maroni, guru del «più è giovane più è buono», coniò il concetto del vino-frutto non intendeva questo e nemmeno i cultori del novello tutto frutto.
Non è la prima volta che cantinieri improbabili vengono pescati al Vinitaly, ma in genere sono sbiadite note di colore. Adesso invece il vino-non vino cade in un momento pesantissimo per la produzione italiana, con una cantina veronese che ha presentato un suo nuovo spumante rosè dal nome singolare: Il Vigliacco. Prodotto con un’uva autoctona della Valpolicella, una cassa è stata spedita alla redazione dell’Espresso in aperta polemica con il servizio su Velenitaly. Purtroppo però per i produttori, la sola maniera perché certi articoli, giusti o sbagliati che siano, non escano non è l’omertà a valle di chi scrive ma l’onestà a monte di chi vinifica e imbottiglia.
Ma qui siamo ancora nel folclore mediatico. Il gioco vero è economico. Il comparto del vino italiano - 43 milioni gli ettolitri prodotti nel 2007 - ha segnato un fatturato da record: 9 miliardi di euro, più di un terzo, 3,2 per la precisione, grazie alle esportazioni e 3 miliardi è quanto si rischia di perdere se tutto il peggio sarà confermato. La Coldiretti prevede «danni incalcolabili per l’ombra di sospetto che si è generato. Premono i produttori stranieri che potrebbero avvantaggiarsi della situazione».
Dal canto suo, la Confagricoltura nella riunione di giunta di martedì studierà eventuali azioni legali a tutela delle cantine. Si sollecitano da più parti le analisi di campioni del Brunello sequestrato e anche lo stesso dissequestro perché le aziende possano tornare a operare, ricorsi che le stesse presenteranno da domani. Resta da capire chi lo comprerebbe quel Brunello. Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, ha ricordato il rischio di perdere posti di lavoro e la Castello Banfi, pur avendo congelato il piano triennale di investimenti, 15/17 milioni, ha smentito la cassa integrazione per 400 dipendenti ipotizzata dai vertici del consorzio del Brunello. «Il rischio non è immediato, lo diventerebbe se il blocco dovesse proseguire per mesi, anni», ha detto il manager Enrico Viglierchio.
Capitolo export. Chi produce spumante teme un blocco delle importazioni in Germania e Giappone, ad esempio il consorzio dell’Asti, reduce da un 2007 record. I responsabili del Vinitaly assicurano che l’ipotesi è meno di un refolo di vento e annuncia azioni legali a tutela del marchio Vinitaly. Per fortuna del nostro vino, il governo tedesco ha confermato di non avere motivi per dubitare della sua qualità. La Confagricoltura vorrebbe però maggiore forza a livello comunitario. Domani e dopo riunione a Bruxelles del comitato vino.