L’ultima beffa a Gava Risarcito per l’arresto appena dopo la morte

Dicono che il tempo sia galantuomo. Con lui no, è arrivato troppo tardi. Antonio Gava, morto l’8 agosto, era fuori gioco dal marzo ’93 quando contro di lui fu scoccato un avviso di garanzia per camorra. «Un paio di giorni prima della fine - racconta il figlio Angelo - gli ho dato la notizia che i giudici avevano stabilito un risarcimento di circa 200mila euro per l’ingiusta detenzione subita. Ma ormai stava male, malissimo, non so cosa abbia percepito».
Duecentomila euro per i sei mesi trascorsi agli arresti domiciliari, fra il settembre 94 e il marzo ’95, schiacciato dall’accusa di aver tramato in modo obliquo con il clan degli Alfieri. La corte d’assise dopo un processo trascinatosi per anni e anni l’aveva assolto; la corte d’assise d’appello a dicembre 2006 aveva confermato il verdetto e la Procura generale di Napoli non se l’era sentita nemmeno di tentare la strada della Cassazione. Morte per impaludamento di un’ipotesi accusatoria nata fra squilli di tromba. «Credo - prosegue il figlio - che quello sia stato il momento più alto per mio padre, dopo la lunga stagione delle umiliazioni e delle accuse più inverosimili».
Tredici anni nelle aule di giustizia per ritrovare un posto nella società e un copione simile a quello srotolato per altri big della Dc, a cominciare da Giulio Andreotti: l’avviso di garanzia, modellato sulle tesi della Commissione antimafia di Luciano Violante, una manciata di pentiti pronti a descrivere collusioni e intrecci perversi, un processo evaporato lentamente. Ora, forse, la storia della Dc la scriveranno gli storici. Delle grandi indagini condotte a partire dal 92-93 dai pm più agguerriti d’Italia, resta ben poco. Così come non rimane molto dei chilometrici capi d’accusa costruiti contro Andreotti.
«Siamo contenti - riprende Angelo Gava - unicamente del riconoscimento di un principio, anche se a distanza di tanto tempo niente ci può ripagare dell’amarezza che abbiamo dovuto sopportare. Pensi che i magistrati sono arrivati a chiedergli se era vero che fosse ammalato di tumore e lui non sapeva di avere questa malattia. Pensi che fu interrogato a forza dai magistrati, contro il parere dei medici, mentre era ricoverato dopo un infarto in un centro di riabilitazione».
Frammenti di quell’Italia che ha combattuto con inusitata ferocia nella prima metà degli anni Novanta la battaglia, pure sacrosanta, per la legalità. «La verità cammina con passo normale, mentre le bugie volano», ha riassunto ai funerali Arnaldo Forlani, un altro big travolto da Mani pulite e finito sul ring di un Di Pietro con la bava alla bocca.
Oggi, fra prescrizioni, assoluzioni e sentenze all’italiana da cui ciascuno estrae la sua verità, quel periodo sembra davvero finito. «Ma devo dire - spiega l’avocato Eugenio Cricrì - che le accuse erano davvero inconsistenti, generiche, vaghe. Si faceva riferimento a rapporti con persone che lui nemmeno conosceva. Gava è sparito dalla vita del Paese nel ’93 e non è mai più tornato. Non c’è stato il tempo e poi ormai l’Italia era cambiata».
La giustizia ha restituito qualcosa. Prima centosessantamila euro per la lunghezza del procedimento, andato avanti per tredici anni; poi altri duecentomila euro per l’ingiusta detenzione. Ma la contabilità degli euro non basta per capire cosa è successo in Italia quindici anni fa e per descrivere il passaggio traumatico dalla Prima alla Seconda repubblica. La storia dei Gava - non solo l’ex ministro degli Interni Antonio, ma anche il padre Silvio, fra i fondatori del Partito popolare, morto quasi centenario nel ’99 - si chiude così.
Antonio Di Pietro prova a congelare la cronaca: «Non era ancora morto - ha scritto sul suo blog - che in molti lo hanno già dichiarato santo, una vittima della stagione del giustizialismo». Quasi a sottolineare che invece, come ha scritto Marco Travaglio, il processo «era doveroso e le accuse concrete e documentate». Cricrì nota però altri sentimenti, anche dalle parti dell’opposizione: «C’è stata la corsa a riabilitarlo anche da parte degli avversari, come se volessero farsi perdonare la durezza, spropositata, del ’93 e del ’94. Le parole di molti esponenti della sinistra mi hanno colpito così come la decisione del sindaco di Castellammare di Stabia, un esponente del Pd, di inviare il gonfalone alle esequie per onorare il concittadino». Enzo Scotti, pure riemerso da una lunga eclissi e da un nugolo di processi, oggi sottosegretario nel governo Berlusconi, parla di Gava come di uno dei giganti della storia democristiana del dopoguerra: «Ha subito insieme ad Andreotti accuse devastanti e le ha sopportate con grande dignità. Mi ha toccato la sua sconvolgente serenità quando l’ho sentito al telefono, il giorno prima della morte. Lo chiamavano il viceré, ma la lotta alla mafia è cominciata quando lui era al Viminale. Sarà la storia a portare via le ombre e i sospetti».