L’ultima carta di Gatti: non sono io il killer, scavate nella vita degli zii

L’omelia del parroco: «Chi ha commesso un simile omicidio è una persona misera e malata»

nostro inviato a Brescia
Non lo si può definire un contrattacco, ma un accenno di contromossa sì. Dopo due giorni di mutismo assoluto nella cella di isolamento del carcere di Canton Mombello, Guglielmo Gatti ha lasciato cadere il rifiuto a parlare con i magistrati di Brescia. Non risponde ancora alle loro domande sulla fine degli zii Aldo e Luisa Donegani. Le sue sono dichiarazioni spontanee per scrollarsi la valanga di accuse piombategli addosso. E rivoltarle contro la Procura di Brescia. È l’estremo tentativo, l’ultima carta che si gioca nel giorno in cui forse il giallo è a una svolta. Hanno sbagliato tutto, dice Gatti. Hanno puntato su di lui come unico sospettato della morte dei coniugi, dello scempio sui corpi, dell'occultamento dei cadaveri fatti a pezzi, chiusi in sacchi neri della spazzatura e gettati in un burrone di montagna tra Bergamo e Brescia come rifiuti in una discarica.
Sono altre le piste che gli inquirenti avrebbero dovuto seguire. Gatti le ha spiegate al pm Paola Reggiani. O meglio, per usare le parole del difensore Luca Broli, il nipote della coppia massacrata «ha riferito di situazioni che meriterebbero approfondimento. Ha fatto ipotesi, non nomi; circostanze che si sono verificate o potrebbero verificarsi, ha indicato possibili alternative di indagine con argomentazioni generali e ampie». Tre paginette di verbale con quattro o cinque punti. Scenari, niente sospetti indicati con nome e cognome, ma «una interpretazione di certi fatti che il mio cliente ha ricostruito e che meriterebbe di essere approfondita».
Nulla dice l'avvocato Broli del contenuto delle controdeduzioni che Gatti comunque aveva già riferito agli inquirenti durante i numerosi colloqui avuti prima di essere indagato e fermato. Nessun elemento che possa indirizzare verso un particolare movente. L'unico movente escluso a priori è quello del denaro. «La parola testamento non è mai stata pronunciata - spiega il legale - neppure dai pm». A giugno, alla morte del padre Giuliano, Guglielmo Gatti ha ereditato la porzione della villetta di via Ugolini alla periferia nordovest di Brescia in cui abita (cioè il piano superiore), la casa di vacanza al passo dell'Aprica e 200mila euro in azioni. Non una fortuna, ma un capitale che offre una certa tranquillità anche a un quarantenne non ancora laureato e senza lavoro fisso. Impensabile, fa intendere il difensore, che Gatti volesse impadronirsi anche dell'appartamento degli zii al piano terra e che per questo abbia sfogato tutta quella rabbiosa ferocia sanguinaria.
Escluso il movente dell'eredità, si apre un largo ventaglio di ipotesi. Gelosie? Dissapori familiari? Invidia per una coppia felice, affiatata e che si voleva un gran bene nonostante le traversie del passato (lui vedovo, lei divorziata)? Aggressività che Gatti avrebbe potuto accumulare nei lunghi anni interamente trascorsi ad accudire prima la madre, morta due anni fa dopo sfibranti sofferenze, e poi il padre, mancato a giugno? O addirittura ci sono altre persone, amicizie, ambienti frequentati dai Donegani in cui potrebbe essere maturato un omicidio così brutale?
Guglielmo Gatti non cessa comunque di affermare la propria innocenza e la totale estraneità alla morte dei suoi parenti più vicini. Stamattina sapremo se avrà successo la svolta nella strategia difensiva dell'unico indagato per il massacro della Val Camonica, avvenuta ieri mattina dopo che la Procura aveva finalmente concesso all'avvocato Broli di parlare con l'imputato, colloquio durato due ore e mezzo. Il gip Carlo Bianchetti si è preso fino alle 14 di oggi per decidere se convalidare o no il provvedimento di fermo emesso mercoledì dalla Procura di Brescia. L'avvocato Broli, da ieri legale di fiducia e non più d'ufficio, ha chiesto la remissione in libertà di Gatti e ostenta sicurezza: «Gli elementi in mano alla Procura non li considero nemmeno tali».