L’ultima cena (di classe)

Prima o poi, doveva succedere. Prima o poi, succede a tutti, non si scappa. Basta una vecchia foto saltata fuori da un cassetto, un incontro casuale al supermarket, un’associazione di idee passando per quella via, vedendo quel film, attraversando quel paese... Prima o poi, nella testa di qualcuno scocca una piccola scintilla: «LA CENA DI CLASSE!!!». «Allora, tu Paris, che abiti vicino a Turati, ovviamente avvisi Turati. E poi, tramite la Cesati, che l’ho già avvertita io, vedi se riesci a rintracciare Macchi. Non aveva un garage dalle tue parti? Se non ce la fai, ci penserà la Giardina, che il Macchi le piaceva un casino, se non ricordo male». «No Titta, t’ho già detto che Paolo l’ha trovato la Finetti, non c’è bisogno che lo cerchi tu. Piuttosto, dovresti buttarti su Gritti e soprattutto su Ferro, che forse è andato ad abitare a Trento».
Per un mesetto, si va avanti così. Telefonate, e-mail, aperitivi a gruppetti di tre o quattro, come carbonari. Per un mesetto la macchina della cena di classe sfreccia in tutte le direzioni. Da una città all’altra, da uno studio notarile alla bottega di un liutaio, da una pasticceria all’ufficio stampa di una casa farmaceutica. Poi, a un certo punto, chi ha visto scoccare la famosa scintilla e dunque s’è assunto l’onore e l’onere di tirare le fila della rappresentazione, della commedia da mandare in scena a distanza di venti e più anni dall’ultima recita, come il Big Ben di Enzo Tortora dice «stop».
Cioè, intima a tutti, belli e brutti, simpatici e antipatici, eterosessuali e no, ricchi e poveri, di trovarsi il giorno tale alle ore tali nel posto tale. Poi si andrà a cena in un ristorante che è, sempre, «alla buona, ma carino». Vale a dire: non si mangia bene, però in compenso si spende tanto.
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Siamo in 21. Unico assente giustificato: Zuffi. Era ultimo all’appello, ma è stato il primo a lasciarci. No, nessuna tragedia: si è ritirato in convento. Dove, non si sa. Poi mancano anche la Frigoli e Stoppa (una leggenda metropolitana, diffusa da quella linguaccia della Titta Gavi, li vorrebbe convolati a ingiuste nozze - ingiuste ovviamente per la Titta medesima, che sbavava dietro a Stoppa come una cagna dietro a un osso con la ciccia intorno - e residenti da anni a Napoli); manca il liutaio Anelli, che assolutamente se ne frega di noi; manca la Rella, che farebbe (sempre Titta dixit) la pornostar ad Amsterdam con il nome di Giusy Releen (ma su Internet non l’ho trovata. Peccato, prometteva bene).
Siamo in 21 qui all’entrata del liceo, banalissimo luogo dell’appuntamento. La location è stata scelta con il ruffiano intento di indurre alla nostalgia e, dopo baci e manfrine di rito, ad abbracci e palpeggiamenti extraconiugali. Ma fa freddo, tutti vogliono mettere le gambe sotto il tavolo e farla fuori in tre-quattro ore, questa rottura di palle della cena di classe.
La Finetti fuma nervosamente e bestemmia (lo faceva anche venticinque anni fa, il che la rendeva antipatica alle compagne e simpatica ai compagni - simpatica in quanto non carina, s’intende). Abita dall’altra parte della città, mentre il ristorante meta della nostra gita è sotto casa sua: dunque si sorbirà oltre un’ora di macchina per fare casa-liceo-liceo-casa.
«Ma dài, Fina, da quanti anni non passavi di qui? Dal nostro bel liceone? Non sei contenta di rivederlo e di rivedere tutti noi?», scherza Semiotti abbracciandola da dietro come faceva, lo ricordo bene, nel ’77, durante l’Okkupazione, quando tentò (o finse?) di farsela.
«Guarda Luca, sono già incazzata di mio. Non iniziamo così la serata, per favore. Tieni giù le mani, non siamo più dei bambini».
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Fortuna che non siamo più bambini, come dice la Finetti. Se lo fossimo, ci aggrapperemmo alle gonne delle mamme e ai pantaloni dei papà supplicando: «Quando andiamo a casa? Mi annoio. Voglio vedere i cartoni!».
Sono le 22.30. Abbiamo mangiato l’antipasto di pesce e il tris di primi. Qualcuno ha preso il secondo, qualcuno no (le donne quasi nessuna, adducendo i soliti problemi di linea al solo scopo di farsi dire «ma se sei ancora una ragazzina!»). Qualcuno ha bevuto un po’, tipo il Ferro, che sta seduto accanto a me e al quale ho fatto volentieri compagnia, giusto per stordirmi un filo e non pensare troppo al tempo che è passato.
Perché di tempo ne è passato. Sui calendari e dentro di noi. Continuiamo a dirci «sei uguale», come un mantra. Come se fosse un complimento. Siamo «uguali», sì. Ma è peggio essere «uguale» dopo un quarto di secolo. Vuol dire che per un quarto di secolo ci siamo portati dietro i nostri tic e le nostre timidezze, le nostre paure e le nostre fissazioni. E pesa, tutta questa roba. Pesa sulle palpebre allentate, sui seni cadenti, sulle pance voluminose, sulle mani screpolate. Suonerà dannunziano, però è così. Altro che «volti silvani».
Ma lasciamo stare. Arriva il dolce.
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Con il dolce, arriva Martina. È la figlia di Moretti. Il quale ha contravvenuto alla regola principale della serata: «Niente parenti, amici, amanti, si viene soli».
«Vieni Marti, ti presento questi vecchiacci... », gongola il Moretti, orgoglioso di quel fiorellino ventenne con il pancino di fuori, come detta un’altra regola oggi in vigore, e che sorride senza smettere di «messaggiare» le amiche.
«... questo è Savini, una volta, venti chili fa, era il più bello della classe, sarebbe piaciuto persino a te, che sei di gusti difficili (risata volgare)... questa è la Titta, che sa tutto di tutti (risatina per sottolineare il giochetto dell’assonanza)... ecco Semiotti... che ha sempre voglia di fare il pirla... ».
In effetti Semiotti fa il baciamano alla stranita Martina. Cosa che a tutti pare francamente eccessiva.
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Dopo la stucchevole scenetta del conto («tutti hanno dato? Pisano tira fuori il grano! Francesca tu paghi in natura?») che porta via un’altra ventina di minuti, finalmente si esce.
«Si va a bere qualcosa?», farfuglia Ferro con la bocca impastata.
«Dài, Ferrone, andiamo in branda», gli dico, con fare paterno.
«Siete delle caccole. Delle caccole come siete sempre stati», protesta lui. E a fatica s’infila in macchina.
Altri bacetti, uguali a quelli di quattro ore prima, ma leggermente più freddi e stanchi. Altra sceneggiata: «si rifà eh! Si rifà in estate a casa mia, in giardino, con il barbecue... mi raccomando»; «no, perché non venite ad Alassio da me?»; «ma quale Alassio, andiamo tutti ad Amsterdam dalla Rella, che ci scappa anche qualcos’altro... ».
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Moretti e la sua Martina li devo accompagnare io a casa perché giustamente non si fidano di Ferro, ubriaco perso.
«Allora Moro, come ti è parsa la serata?», dico per rompere l’ostinato silenzio, quando imbocchiamo la tangenziale.
«Non male, tutto sommato».
«Non male, sì. Non male come commento mi sembra vada bene», sorrido amarognolo.
«E tu Martina? Per fortuna ci hai dovuti sopportare soltanto un’oretta... », aggiungo.
«No, dài, siete simpatici...», sussurra Pancino Nudo.
«Eh, la Marti è un po’ triste perché si sono lasciati col ragazzo... », s’intromette, inopportuno come sempre, come venticinque anni fa, Moretti.
«... papà, fatti i cazzi tuoi. Lo sai benissimo che Andrea non mi piace».
«Va bene, va bene. Non t’arrabbiare. Dicevo così... mi sembra che tu sia un po’ giù stasera, non so... ».
«Guarda, Andrea non c’entra proprio per niente».
«Cosa c’è, allora? Tutto bene a scuola?», m’intrometto a mia volta, per zittire quello stupido padre.
«Sì, tutto bene, grazie. Sono solo un po’ preoccupata per la cena di classe di domani sera».