L’ultima conquista delle iraniane giocare a rugby coperte dal velo

Il compito più ingrato spetta ad Alireza, l’allenatore. Oltre a dover insegnare uno degli sport più energici e meno femminili a una squadra di sole donne deve riuscire a spiegare alle proprie allieve, senza avvicinarsi troppo e senza sfiorarle, come correre alla meta con addosso veli e palandrane.

Sarà pure iraniano, sarà pagato dalle federazione nazionale, ma non è facile. E lo ammette lui stesso. «Contro una squadra occidentale non mi sognerei manco di farle scendere in campo, imbacuccate come sono verrebbero afferrate e placcate a ogni scontro. Al massimo posso farle competere con qualche altra squadra islamica, se le giocatrici si vestono come le nostre». Già robuste, prima per natura e poi per allenamento, le muscolose ragazze del rugby team di Teheran sembrano ancora più voluminose a causa dell’irrinunciabile copertura islamica. La regola religiosa, soprattutto nell’era Ahmadinejad, non fa sconti a nessuno, neppure nella palla ovale. Del resto ai tempi di Khomeini declinare il rugby al femminile sarebbe stata pura eresia. I primi cambiamenti arrivarono con Fazeh Ashemi, la figlia dell’ex presidente Rafsanjani responsabile, alla metà degli anni Novanta, del Comitato Olimpico.

Oggi palla ovale e velo sembrano quasi un arguto modello di compensazione da contrapporre, magari, al divieto d’accesso agli stadi per il pubblico femminile. Le regole però restano quelle. Ogni giocatrice deve vestire il maghnaeh, il velo a cappuccio chiuso al mento e allungato con sbuffi larghi come ali sulle spalle delle atlete. Di sicuro non fa trasparire alcuna forma, ma invoglia l’avversario ad afferrarlo per arpionare la povera giocatrice. Dal collo in giù non va molto meglio. La donna in fuga verso la meta deve far attenzione a non inciampare nel mantello allungato al ginocchio e far attenzione che la palla ovale non sgusci via scivolando tra le pieghe del camicione costringente. Eppure nonostante le imposizioni, nonostante le scomodità, il rugby femminile tira e attira. Sempre più ragazze, una volta uscite dall’ufficio, prendono la strada del campo d’allenamento di Alireza Iraj. Le corse, le mischie, gli scontri tra quelle zolle e quel fango diventano la valvola di sfogo dopo giornate passate a far convivere regole e aspirazioni. «Nonostante quel che pensa la gente questo non è affatto uno sport troppo violento per una donna... il rugby è proprio quello di cui abbiamo bisogno per scaricare le nostre energie», spiega il capitano della squadra, Zahra Nouri, una studentessa di meccanica ormai abituata all’interminabile spola tra le aule di Qavzin, a ovest della capitale, e il campo.

Quelle botte, quegli scontri, quei bernoccoli entusiasmano anche le madri delle atlete convinte che al termine di quella palestra d’ardimento quotidiana le loro figlie non avranno né tempo né voglia di andar a cercar disgrazie per strada. «Se questo basta a scaricarle a me va benissimo», ammette senza troppi giri di parole la madre della 16enne Azadeh. E se va bene ai genitori, va ancora meglio a un regime costantemente alla ricerca di nuovi sistemi per tenere a freno la scalpitante gioventù. La 24enne Elham Shahsavari, dopo esser stata notata per la sua stazza dai selezionatori dell’ateneo di Gorgan, è stata subito consigliata di andare a trovare Alireza Iraj. «Io sulle prime manco ci credevo, ma quando ho visto che era vero e ho provato a giocare mi sono appassionata... da quando ho imparato a inseguire la palla ovale questo sport è diventato tutto per me».

Neppure la rigorosa divisa islamica imposta dalla federazione sembra dissuaderle. «Il rugby è così affascinante ed eccitante da farmi dimenticare quei vestiti, quando incominci a correre ti ci abitui e non ti sembra neanche più tanto scomodo».