L’ultima crociata in Iran: contro le Marlboro

«Vieni dov’è il gusto, vieni nel Marlboro country». Ricordate la vecchia pubblicità accompagnata da suadenti galoppate tra il Grand Canyon e i parchi di Yellowstone? Scordatevela. Il Marlboro Country non abita più là, s’è trasferito tra le moschee, i deserti di sale e le montagne innevate della Repubblica islamica. Mentre negli Usa e in Occidente la mitica sigaretta con il pacchetto bianco e rosso è ormai roba per pochi, irriducibili intossicati in Iran è il simbolo del vizio nazionale, capace di far smaniare, tossire ed espettorare 12 milioni di fumatori cronici, alimentando un mercato del contrabbando da 1 miliardo di pacchetti all’anno. Ma tutto quel fumo dal sapor americano non va giù al presidente Mahmoud Ahmadinejad e ai duri e puri di Teheran. E allora vai con la guerra. Vai con le denunce contro la Philip Morris accusata di esser guidata da una cricca di ebrei pronti a contaminare il popolo iraniano distribuendo sigarette trattate con sangue di maiale e radiazioni nucleari.
I segnali di un’imminente crociata contro il più famoso pacchetto del Grande Satana erano già nell’aria. Il problema era cosa inventarsi per dichiarare guerra ad un traffico di stecche e cartoni ormai tanto massiccio e diffuso. Stroncarlo con la forza non si poteva. Togliere le sigarette preferite ad un popolazione già esasperata da brogli elettorali, opprimenti campagne repressive e controlli politico-sociali ogni giorno più assillanti sembrava assai poco saggio. Anche perché significava rischiare una rivolta. Il pretesto per la nuova guerra nel nome della religione e della salute alla fine è però saltato fuori. Ad inventarselo con la benedizione del presidente Mahmoud Ahmadinejad e di tutto il regime è Mohammed Reza Madani, segretario della Società per la Guerra al tabacco. «Le più grandi multinazionali del tabacco, le grandi aziende che controllano il grosso della produzione contrabbandata nel nostro Paese, ricorrono a vari trucchi per mantenere il mercato e aumentare le vendite illegali sui nostri mercati - spiega Madani aggiungendo poi un particolare capace di far saltare le coronarie al più moderato dei fumatori iraniani -. Quelle sigarette – avverte il funzionario - sono contaminate con emoglobina di maiale e sono state trattate con componenti nucleari».
Di prove ed analisi ovviamente manco l’ombra. Ma poco importa. Quel che conta è il doppio allarme. Da un parte la contaminazione fisica messa a segno esponendo il tabacco alle radiazioni nucleari. Dall’altra l’oltraggio, l’affronto religioso realizzato versando l’emoglobina del più impuro e vietato degli animali su tutte le sigarette destinate agli iraniani. Ma a quale scopo? Per motivare queste allarmanti rivelazioni ecco l’immancabile «piano sionista», la trama messa in atto da una misteriosa e cinica dirigenza ebraica della Philip Morris disposta a tutto pur di appoggiare Israele, indebolire la Repubblica islamica e farsi beffe dei suoi fedeli.
Il problema più grosso resta però riuscire a farsi credere. Gli iraniani, ormai abituati alla propaganda di regime, continueranno probabilmente a ordinare le loro sigarette preferite agli stessi fornitori che li riforniscono di liquori, dvd, decoder, antenne satellitari e tessere per canali internazionali. Anche perché tutto quel ben di Dio non arriva neppure troppo clandestinamente, ma transita, stando a quanto si dice, attraverso i porti segreti dei pasdaran garantendo ai «Guardiani della Rivoluzione» il lucroso controllo di tutti i commerci illegali. Stando alle stime il valore delle importazioni - per così dire «parallele» - è di poco inferiore ai circa 70 miliardi di dollari delle importazioni legali. Governando un regno del vizio che va dalle Marlboro all’alcol fino ai dvd pornografici, i pasdaran mantengono così uno stretto controllo su uno dei polmoni più vitali dell’economia del Paese. In barba a tutte le sanzioni americane e a tutte le pruderie di facciata del regime.