L’ultima degli estremisti: "Il logo della Coca-Cola è blasfemo per l’islam"

Sul web le teorie del complotto: la scritta ribaltata e letta al contrario significherebbe" no a Maometto". Ma gli esperti di legge coranica: nessuna bestemmia nel marchio

Eugenio Buzzetti

Bevi Coca-Cola e sei un infedele. È scritto sull’etichetta. Basta rovesciarla, fare alcune necessarie modifiche e il gioco è fatto. La scritta che compare dopo il ritocco è: «No a Maometto, no alla Mecca». Lo spiega la community islamica più intransigente che su Youtube e diversi siti mostra in quattro passaggi come una bibita gassata possa costituire un’offesa al Profeta e alla città santa dell’islam. La polemica non è nuova: ha ripreso a girare con frequenza nelle ultime ore sul sito di social networking Facebook. Tornano le teorie del complotto attorno al celebre marchio americano, fomentate dagli islamici più radicali. Già nel 2000, la Coca-Cola si era imposta all’attenzione del pubblico musulmano per il presunto messaggio anti-islamico nascosto nella sua etichetta. Sulla faccenda si era pronunciato sheikh Nasser Farid Wassel, Grand Mufti d’Egitto, massima autorità nell’interpretazione della legge islamica nel Paese, per dire che era da escludere qualsiasi tipo di blasfemia nel logo della celebre bevanda: «L’etichetta - aveva sentenziato - non costituisce un’offesa all’islam o ai musulmani né direttamente né indirettamente». Il Gruppo Coca-Cola era intervenuto con una nota ufficiale: «Le voci che circolano sono false. Il marchio è stato creato nel 1886, ad Atlanta, Georgia, e a quel tempo la conoscenza dell’arabo era minima» in occidente. Nel comunicato, Coca-Cola spiegava anche come l’etichetta fosse stata sottoposta al giudizio di alti esponenti religiosi del mondo musulmano: alla fine degli anni 90, si espresse sul celebre logo una commissione composta da rappresentanti internazionali dei ministeri degli Interni, del Commercio e degli Affari islamici. Il verdetto non lasciava dubbi: il marchio non costituisce in alcun modo un’offesa all’islam.
Le diverse dichiarazioni non sono servite a placare i musulmani più radicali che navigano sul web. Lo scorso anno, una nuova accusa è piombata sulla bibita americana: è alcolica, quindi non in linea con i principi dell’islam. Sul sito «Quibla» è riportata una nota ufficiale della società: «Vi confermiamo che le bevande rinfrescanti senza alcol possono contenere piccole tracce di alcol provenienti dagli aromi utilizzati». La Coca-Cola specifica che si tratta di una percentuale minima: soltanto 1,2 gradi, ovvero la «soglia legale per le bevande senza alcool». Non basta e per i fondamentalisti islamici bisogna boicottare la bibita. Su Internet invitano alla mobilitazione: «Che i più responsabili avvertano le loro famiglie, gli amici, le moschee, tutti i venditori di kebab e le macellerie islamiche». Per la bevanda più diffusa al mondo, ma anche per le altre del gruppo come Fanta e Sprite, non c’è pace: la Coca-Cola resta un nemico, il simbolo dell’occidente consumista e infedele. Non importa che sia venduta nei mercati di tutto il Medio oriente come in qualsiasi altra parte del mondo, o che abbia superato, come spiega la società, i «controlli rigorosi da parte del governo e delle autorità sanitarie di ogni Paese in cui i nostri prodotti sono commercializzati». I più intransigenti hanno addirittura ipotizzato la presenza di marijuana nella composizione segreta della celebre bevanda.