L’ultima dei giudici:

Fatta la legge, trovata la Gandus. Il collegio del processo Mills, che vede imputati Berlusconi e David Mills, ha deciso di prendere un’altra strada rispetto a quella tracciata la settimana scorsa dal collegio del processo Diritti tv che pure vede imputati Berlusconi e David Mills. Entrambi i collegi del Tribunale, il decimo e il primo, attenderanno ovviamente il parere della Corte Costituzionale circa il ricorso presentato dal pm Fabio De Pasquale contro il Lodo Alfano, ma frattanto un processo si fermerà e l’altro no, o meglio proseguirà solo nei confronti del coimputato Mills. Perfetto. Il ricorso alla Consulta è appunto di Fabio De Pasquale, mentre la decisione di proseguire il processo Mills è del giudice Nicoletta Gandus: un esempio perfetto di separazione delle carriere. Sul primo, oltretutto, grava l’inchiesta del Csm per aver definito come «criminogeno» il Lodo Alfano, sulla seconda la richiesta di ricusazione avanzata dalle difese. Che significa tutto questo? Significa, anzitutto, che Milano rifiuta per due volte di applicare una norma approvata dal Parlamento: prima con l’ennesimo ricorso alla Consulta, ora con questa decisione che sfregia palesemente lo spirito con cui la norma è stata varata, ossia quello di consentire al Presidente del Consiglio di curare gli interessi del Paese sino alla fine del suo mandato. Processare il solo David Mills permetterebbe ai giustizialisti cronici d’impiccare lo status morale di Berlusconi allo status giuridico di Mills: se il legale inglese risultasse corrotto, cioè, Berlusconi verrebbe additato come inevitabile corruttore anche se il Presidente del Consiglio, di fatto, non sarebbe ancora stato processato. Il solito Di Pietro si è già spinto oltre: «Mills, a breve, riceverà una condanna che finirà per travolgere Berlusconi». Il corpulento dell’Italia dei Valori è già sicuro che ci sarà una condanna: questo nonostante trattasi, il processo Mills, del procedimento in assoluto più inconsistente tra tutti quelli che Berlusconi ha subito da una quindicina d’anni: e non è un caso che i suoi legali si fossero dapprima augurati di poter andare a sentenza così da incassare un’assoluzione che sarebbe stata (o sarà) inevitabile anche per il giudice più prevenuto di questa terra. Come ben sanno anche tutti i cronisti giudiziari, del resto, in mano al pm Fabio De Pasquale non c’è davvero nulla: è stato semmai dimostrato che i soldi della presuntissima corruzione di Mills provenivano non da Berlusconi ma da una serie di operazioni condotte sin dal 1992 per conto di un altro soggetto, l’armatore Diego Attanasio. La ricostruzione della partita di giro è ormai agli atti del processo, mentre l’accusa, a oggi incapace di prospettare di quali soldi si parli, e quanti, e dati da chi, e quando, ha dovuto ammettere che «per accertare l’effettiva provenienza dei fondi risulteranno prevedibilmente necessarie ulteriori ricerche». Insomma lo sanno tutti che il capo d’imputazione non si regge più su nulla: ma nella remotissima ipotesi che Mills dovesse essere condannato, in qualsiasi caso, l’effetto su Berlusconi sarebbe nullo: qui il paradosso. A parte che si tratterebbe solo di un primo grado, il collegio che condannasse Mills non potrebbe più essere lo stesso che giudicasse Berlusconi, e questo indipendentemente dalla richiesta di ricusazione avanzata nei confronti del giudice Gandus che le difese ritengono troppo politicamente orientata. Due parole meriterebbe anche la tracotanza denotata dal collegio di Nicoletta Gandus nell’annunciare che il processo proseguirà comunque: la norma approvata dal Parlamento è infatti stata descritta come «di assoluta irragionevolezza» in barba all’opinione del Capo dello Stato e a quanto la Consulta già stabilì nel gennaio 2004, quando si occupò del cosiddetto Lodo Schifani. La Corte Costituzionale ha già avuto modo di spiegare come il citatissimo articolo 3 della Costituzione, quello che vede tutti i cittadini uguali davanti alla legge, non possa non prevedere l’esistenza di situazioni personali diverse e quindi di diversi trattamenti processuali. Così come la disciplina cambia da un 17enne a un 18enne, va da sé che cambi tra un cittadino comune e per esempio il Presidente della Repubblica, che uomo comune non è, o meglio: è un uomo comune ma con funzioni particolari. Il concetto di uguaglianza, secondo la Consulta, è un’uguaglianza a parità di condizioni: da qui il suo ritenere plausibile che «un’alta carica» (così la chiama la Corte) possa non essere obbligata a dover scegliere tra lo svolgere le sue funzioni o andare a presenziare a un processo: non immediatamente, almeno. Questa tutela, anche se il Tribunale di Milano se ne frega, è già stata avallata dalla Corte Costituzionale. Nel caso specifico, quello di Berlusconi, è tutelata anche da venti milioni di elettori.