L’ultima dei magistrati: siamo peggio del Ruanda

RomaZambia, Mongolia, Ghana, Ruanda hanno una giustizia più rapida della nostra e per questo è là che le imprese vanno ad investire. Lo dice il presidente dell’Anm Palamara, aprendo il trentesimo Congresso dell’associazione. Cita il rapporto Doing Business 2011 della Banca Mondiale: l’Italia è al posto 80esimo su 183 e c’è poco da vantarsi perché era al 156esimo.
La nostra è una giustizia «al collasso», dice il numero uno del «sindacato» delle toghe. Colpa del «cattivo funzionamento del servizio», dei tempi lunghi che violano il principio di ragionevole durata del processo. Ci vogliono 1.210 giorni per recuperare un credito, 3 anni per ogni grado di giudizio nel civile, che ha pendenti 5,5 milioni di processi (nel penale invece sono 1,5 milioni). E la corruzione dilaga: nel 2009 le tangenti «hanno inciso sulle tasche degli italiani per 60 miliardi di euro».
La giustizia «ritardata» è un costo per lo Stato: 250 milioni per risarcire le vittime delle lentezze (legge Pinto). Ogni anno i ricorsi crescono del 40 per cento: 5mila del 2003, più di 34mila del 2009. Per la Confartigianato i ritardi costano alle imprese 2,3 miliardi di euro, una «tassa occulta» di 371 euro per azienda che ricade su imprenditori, fornitori, clienti.
L’Anm chiede «interventi urgenti». Non, però, quelli della riforma della giustizia che martedì dovrebbe arrivare a Palazzo Chigi, «mirati a limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura», né quelli su intercettazioni, processo breve e polizia giudiziaria svincolata dal pm. O quelli «legati a singole vicende processuali». Su immunità, lodo Alfano e legittimo impedimento Palamara riconosce che è la politica a dover decidere, ma ricorda il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Il presidente dell’Anm parla davanti al capo dello Stato Napolitano, al presidente del Senato Schifani, a molti parlamentari finiani e dell’opposizione (da Bocchino Fli alla Finocchiaro Pd a Rao Udc). Se prima la campagna elettorale si faceva sui tetti con gli studenti, ora si fa con i magistrati al teatro Capranica. Chi non c’è manda un messaggio: Fini difende l’autonomia delle toghe, perché limitarla sarebbe «un vulnus per la sua stessa indipendenza». E chiede una riforma senza «salvacondotti».
Palamara attacca il governo che non ha un progetto organico, il premier e la maggioranza per gli «insulti» quotidiani. Dice che per la crisi politica «la giustizia è scomparsa dall’agenda parlamentare», ma i problemi «restano» e il magistrato è «anello debole della catena». Poi, un po’ di autocritica. Il segretario dell’Anm Cascini critica il Csm per l’azione disciplinare inquinata da logiche correntizie e corporative, il presidente dice basta a «sterili polemiche e strumentali antagonismi». «Dobbiamo riconoscere i nostri errori, ma non possiamo accettare che ci definiscano come unici responsabili e fannulloni». L’Anm si riconosce «nei principi di leale collaborazione e di reciproco rispetto tra le istituzioni».
Napolitano loda l’impegno all’autoriforma e «la disponibilità a un confronto costruttivo». L’Anm, sottolinea, «resta, ed è più che mai, un interlocutore rappresentativo ed essenziale in una fase delicata». Palamara esulta: «Queste parole per noi sono stimolo e conforto». E Cascini: «Oggi siamo meno soli».
Ma le critiche non mancano. Dall’interno, Ferri di Magistratura indipendente contro i vertici Anm: «Solo parole sulle correnti». E dall’esterno, il neopresidente dei penalisti Spigarelli: «Dicono di non voler essere corporativi, ma poi vogliono autoriformarsi».