L’ultima delle università Un codice sessuale per tutti i professori

Roma, Milano, Torino, Bologna, Bari adottano piani contro le molestie. E qualcuno censura persino gli sguardi

Negli Stati Uniti lo definiscono «sexual harassment» e da tempo cercano di combatterlo all'interno delle aziende e delle università. Dal contatto fisico indesiderato, agli apprezzamenti verbali sgraditi, fino alle proposte indecenti, le avances sessuali, specie (ma non solo) se esercitate da chi ha un ruolo di potere, sono perseguibili sulla base del Civil Rights Act.
Ora la febbre anti-molestia cresce anche in Italia e gli atenei corrono ai ripari. Dopo Torino, la prima università ad adottare misure per fronteggiare il fenomeno, dopo Milano, Bologna, Padova, Roma 3, Firenze, Genova, anche a Bari è scattato il piano di contrattacco. C'è qualche professore che esagera? Abusa della sua posizione per ottenere in cambio prestazioni sessuali? Manda alle allieve messaggi provocatori o allusivi? D'ora in poi potrà essere denunciato e dovrà rispondere al nuovo codice di comportamento anti-molestie adottato dall'ateneo pugliese. L'anonimato è garantito e la denuncia potrà essere inoltrata anche via telefono o via e-mail. Un consigliere di fiducia, preferibilmente donna, esterno al mondo accademico si occuperà della tutela della vittima e deciderà l’iter più idoneo da seguire, proponendo le misure adeguate per mettere fine ai comportamenti molesti. Per il rettore Corrado Petrocelli «il codice è un’ulteriore tappa che consente al nostro ateneo di essere in posizione di preminenza per comportamenti, rapporti, rispetto e trasparenza, ponendo in primo piano i criteri di uguaglianza e par condicio». Molte delle studentesse intimidite da dipendenti o docenti dell’università, anche a Bari - dove un dipendente dell’Ufficio rapporti con il pubblico è stato arrestato per aver allungato le mani su una ragazza - saranno in qualche modo tutelate. Ma in quale modo?
Il codice barese, così come quello di molti altri atenei che hanno il merito di aver affrontato un problema sentito in molte università italiane, si spinge fino a contemplare tra gli esempi di molestia, oltre a intimidazioni, minacce e ricatti, anche la voce «ammiccamenti». Un gesto, questo, difficilmente decifrabile e che, a differenza degli apprezzamenti verbali sulla sessualità della vittima o dei messaggi scritti di esplicito carattere sessuale, potrebbe trasformarsi in un’arma di vendetta nella mani di qualche studente, ai danni di qualche professore magari troppo severo.
Eppure rompere il muro di omertà che spesso impone a molte allieve di mantenere il silenzio riguardo a comportamenti molesti è difficile anche nella patria della legislazione contro il sexual harassment. Negli Stati Uniti ha fatto discutere il caso della femminista Naomi Wolf, che ha denunciato il noto critico letterario di Yale, Harold Bloom, a distanza di circa vent’anni, per una presunta mano sulla coscia allungata dall’intellettuale in cambio di un parere sulle poesie della studentessa. Il professore si è difeso, sostenendo di avere aiutato la ragazza a ottenere una borsa di studio e lasciando capire di non essere stato per nulla respinto. La Wolf è stata accusata di aver parlato dopo troppo tempo e di aver probabilmente mentito per farsi pubblicità. Yale non ha preso alcun provvedimento contro il professore, mentre la Wolf ha denunciato un clima sessista e di collusione nei confronti dei «poteri forti» dell’università «ancora intatto». Insomma stabilire se molestia c’è stata è già complicato di fronte a una mano di troppo allungata, rischia di diventarlo ancora di più se di mezzo c’è un «ammiccamento».