L’ultima follia di Ruggeri: s’inventa tre dischi e canta con suo figlio

Nel nuovo cd <em>All in</em> c’è anche la colonna sonora di un film presentato a Cannes. E racconta: &quot;La fama della tv è diversa da quella della musica: per strada mi riconoscono tutti&quot;

Milano - Ma bravo Enrico Ruggeri. Ormai è un diesel che non si ferma neanche a pagarlo, scoppietta e cammina spedito e ogni volta dimostra di avere una marcia in più. «Il mio segreto? Lavoro molto e non vado in vacanza». Adesso pubblica All in, un triplo cd che non a caso è sottotitolato «L’ultima follia di Enrico Ruggeri». Spieghiamola: in un cd ci sono le canzoni del suo penultimo cd Rock Show reinterpretate con artisti internazionali contattati tramite myspace. In un altro canta dal vivo brani imprevedibili (per lui) come L’istrione di Aznavour o The great pretender dei Platters o Michelle dei Beatles. Infine c’è il terzo dischetto con la colonna sonora del film Volata finale dell’albanese Gjergj Xhuvani, che sarà presentato al Festival di Cannes a maggio.

Ce n’è abbastanza.

Quando ha saputo di questo progetto, Silvio Crippa, che da decenni è il suo produttore, ha sintetizzato bene il suo pensiero: «Solo un pazzo avrebbe potuto pensare a un triplo cd così». Semplicemente, dopo trent’anni di carriera Ruggeri è ancora incontenibile perché è libero dalle tensioni di chi deve timbrare il cartellino ogni volta con un disco nuovo. «Ormai - dice - ho uno studio di registrazione mio, posso incidere quando voglio, non devo telefonare, prenotare, spendere soldi. E questo mi dà molta libertà». Tanto per dire, in World show lui canta con signori sconosciuti (o quasi) come Klez Gang o Siloè De Izan e quindi «mancano le superstar, non ci sono Ligabue o Biagio Antonacci ma solo i cantanti che volevo». In più c’è pure Pico, ossia suo figlio, che ha quasi diciannove anni e alla fine de Il giorno del blackout si lancia in un rap mica da riderci su: «Non mi posson dare a bere / che una vita tra tastiere / eguagli chi invece la vita / la vuol possedere». «Non pensavo che Pico fosse così bravo a scrivere» dice adesso Ruggeri senza crogiolarsi troppo nell’orgoglio di papà. D’altronde tutto si può dire di Ruggeri tranne che si faccia prendere spesso dalla retorica. Tanto per fare un esempio, dopo aver vinto il Festival di Sanremo insieme con Morandi e Tozzi con Si può dare di più, il pubblico, e lo ammette lui stesso, arrivava ai suoi concerti attirato da quel brano e solo dopo scopriva che nel repertorio aveva anche capolavori come Portiere di notte. Insomma, poco marketing di se stesso e molta vita on the road, come d’altra parte fanno i veri rockettari (e Ruggeri è rock, signori). Infatti di Povia e del can can intorno alla sua canzone Luca era gay dice: «Io mi chiamo fuori: lui può sostenere qualsiasi teoria ma deve essere inattaccabile quando la difende. Auguri». E anche quando è diventato conduttore televisivo con il Bivio su Italia 1, Enrico Ruggeri non si è perso in tante smancerie e ha condotto un programma che spiega la vita attraverso la sua terribile, beffarda, qualche volta fortunata casualità. Ora ha appena finito di presentare Quello che le donne non dicono e puntualmente dichiara: «Ogni volta in tv penso che sia l’ultima». Ma intanto si gode una popolarità che lui definisce «diversa, superiore al consenso che si può avere con la musica» e spiega anche il perché: «Per strada mi riconoscono persino gli extracomunitari che di sicuro non possono aver sentito le mie canzoni». In poche parole, Enrico Ruggeri è lentamente rinato. E forse la ragione di questa sua seconda vita è sulla copertina di questo disco, destinato a diventare un piccolo cult: c’è lui al volante di una vecchia Alfa Romeo con un uomo incappucciato che gli punta una pistola: «È l’immagine della mia vita: correre sempre con una pistola puntata alla tempia». Correre sempre, e va bene. Ma non avere limiti di velocità è la conquista più importante, no?