L’ultima foto della donna che visse due volte

Sulla lapide non ci saranno numeri, nessuna data. Questa volta il tempo non è importante. Eluana è nata il 25 novembre del 1970. Poi è morta due volte. In mezzo ci sono 17 anni e una montagna di parole, tutto quello che si può dire su una cosa così misteriosa come la fine della vita. Eluana era un corpo, un sorriso, un cappello nero, uno sguardo, una tuta da sci rossa e un paio di occhiali scuri. Eluana era la battaglia di un padre, il silenzio di una madre, una preghiera, un tappetto giallo, un sondino, acqua e cibo, una lettera di Napolitano, un decreto dei giudici, un atto urgente del governo, una legge in Parlamento, un diritto alla vita, un Angelus del Papa, una notte di parole a Radio radicale, un vestito guelfo e una bandiera ghibellina. Era una doppia morale. Era uno di quei casi in cui la scienza alza le mani e tutto il resto è fede, in dio, nella ragione, nei lumi, nell’uomo o, semplicemente, nel nulla. Ognuno metta la maiuscola dove vuole.
Eluana, nella sua seconda vita, è stata tutto questo e tanto di più. Forse troppo. Quasi una santa, da uccidere o da salvare, comunque martire. Eluana, quella della prima vita, prima del limbo, è scomparsa ogni giorno di più, come un ricordo frammentato, una traccia che non si sa bene come archiviare, sommersa da tutto il resto, confusa nella rissa di parole e in pezzi di fotografie.
Solo ora che la morte è arrivata, e non c’è più nulla da fare, lei torna ad essere una ragazza di 21 anni, che ha guardato il nuovo secolo da lontano, senza conoscere le guerre di religione, le paure e i tormenti di questi anni, dove tutte le mappe sono saltate e gli uomini cercano disperatamente di attaccarsi a un’idea, a un pensiero forte, cercando un senso a questa vita. Ora perfino Beppino Englaro può volgere lo sguardo indietro e raggiungere la moglie in quel limbo, dove la solitudine è silenzio, per qualcuno pace, per altri follia. Il padre così brucerà il corpo, quella carne che non sapeva morire e non ha retto alla fame e alla sete, quel frammento di vita che alla fine si è arreso ai giudici e alla politica. La morte di Eluana è arrivata con un protocollo medico, che nessuno poteva immaginare perfino più drammatico di un incidente stradale. Forse il paradosso è che l’atto finale del caso Eluana sia una morte a sangue freddo. L’esatto contrario di quella Bmw che sbanda sul ghiaccio, la provinciale buia che da Calco porta a Lecco, lo schianto, le lamiere, le luci dell’autoambulanza e la vita di una studentessa di 21 anni che, all’improvviso, viene spezzata.
Beppino Englaro brucerà il corpo di Eluana e si terrà le ceneri, da seppellire nel cimitero di famiglia, a Paluzzo, il paese di origine, tremila abitanti chiusi tra due alture della Carnia che si guardano in faccia. È qui, senza clamori, che don Tarcisio Puntel darà la sua benedizione. È qui che restano i ricordi di tutto quello che Eluana in questi ultimi diciassette anni non è mai stata. Paluzzo è un campanile che ricorda le chiese d’Oriente, è strada di tornanti, che si sale su scalando marce, è capannoni industriali e villette a schiera. E, come tanti piccoli paesi, è uno di quei luoghi dell’anima dove si torna sempre. Eluana arrivava qui l’estate, da Lecco. Qui c’erano il nonno e la zia, qui torni per preparare qualche esame autunnale e ci porti gli amici di città, dove magari ti annoi, ma tutto scorre lento, piano, senza troppe parole. I giudici della procura di Milano hanno utilizzato i ricordi sepolti qui per ricostruire la sua volontà. La zia Gemma racconta: «Avrà avuto tredici o quattordici anni, non ricordo bene, quando mi parlò della morte la prima volta. Un suo amico era finito in coma irreversibile e lei era stata a trovarlo in ospedale. Ne fu sconvolta. Se dovesse mai succedermi qualcosa di simile, continuava a ripetere, lasciatemi morire. A ripensarci mi vengono i brividi». È qui che Beppino Englaro dovrà fare i conti con l’assenza della figlia, con quel corpo che non c’è più.
È qui, a Paluzzo, che forse Eluana ha deciso di cambiare facoltà e università. No, legge no. Non la Statale di Milano. Ma lingue, alla Cattolica. Quando è arrivato il trasferimento, però, era ormai troppo tardi. Il 18 gennaio 1992 era già passato. Eluana e la Cattolica si sono solo sfiorate. Non c’è stato tempo per incontrarsi. Tutte le carte universitarie sono tornate alla Statale. Quasi un destino, questo ritrovarsi in bilico tra Chiesa e Stato, agnello sacrificale sospeso tra due altari.
Ora, tutto, davvero sembra lontano. Eluana è un album di fotografie. Qui, dove riposa la cenere, non c’è nessun santino da incorniciare.