L’ultima fuga di Pinochet, ucciso dal cuore

Roberto Fabbri

Il generale Augusto Pinochet è morto ieri a 91 anni per un grave scompenso cardiaco nell’ospedale militare di Santiago del Cile, dopo aver ricevuto l’estrema unzione, circondato dai suoi familiari, la moglie Lucia Hiriart e i cinque figli.
L’uomo, che nel settembre 1973 estromise con la violenza dal potere il governo cileno democraticamente eletto del marxista Salvador Allende e instaurò una dittatura militare destinata a durare fino al 1990, non se n’è andato senza combattere. Il 3 dicembre i medici lo avevano strappato alla morte con un intervento di by-pass che gli aveva permesso di riprendersi temporaneamente. Poco dopo, infatti, la situazione era nuovamente precipitata. I medici avevano chiesto ai familiari l’autorizzazione per una seconda operazione: da quell’intervento Pinochet non si è più ripreso.
Appena la televisione cilena ha dato la notizia della morte, due manifestazioni contrapposte si sono svolte a Santiago: da un lato i suoi sostenitori commossi, raccolti presso l’ospedale militare, che hanno lanciato sassi e bottiglie contro i giornalisti accorsi sul posto, accusati «di approfittare del dolore di chi ha salvato la patria». Dall’altra, vicino a piazza Italia e nella zona dello stadio, gli oppositori della dittatura, durata dal 1973 al 1990, i quali hanno festeggiato la scomparsa di Pinochet con esclamazioni di gioia, bandiere e grida di «assassino».
L’ormai decrepito generale in pensione ha mostrato una capacità di resistenza straordinaria, considerati i pesi insostenibili che da anni portava sulle spalle. Non tanto le ombre delle tremila persone uccise o scomparse nei diciassette anni della sua dittatura; né il rimorso - che sembrava non toccarlo, o perlomeno essere soverchiato dalla pretesa di aver così servito il proprio Paese -, per i circa 28mila cileni che nello stesso periodo erano stati sottoposti a tortura. Semmai il susseguirsi di arresti e di spade di Damocle giudiziarie dopo che, nel 2000, la Corte Suprema del Cile gli aveva tolto l’immunità parlamentare, aprendo la strada a processi che non sono mai stati celebrati ma la cui sola minaccia, pur riguardando una minima parte dei reati che gli erano attribuiti, gli aveva reso difficile l’ultima parte della vita.
Dopo aver lasciato il potere, nel 1990, in seguito a un plebiscito che gli era stato sfavorevole due anni prima, si era autoeletto capo dell’esercito fino al 1997. L’anno dopo era stato nominato senatore a vita, ma fu costretto ad abbandonare la carica nel 2001 per le prove delle atrocità del suo regime. Nel 1998 il giudice spagnolo Baltasar Garzón aveva chiesto il suo arresto mentre si trovava a Londra, dove rimase agli arresti domiciliari per più di 500 giorni.
Questi tira e molla (arresti domiciliari gli erano stati inflitti nello scorso ottobre, e in novembre era tornato libero su cauzione, salvo poi ricevere un nuovo ordine di arresto appena due settimane fa) non sono certo estranei allo stillicidio di attacchi di cuore e ictus cerebrali che avevano ormai da anni ridotto Augusto Pinochet all’ombra di se stesso.
Fragile per l’età e le vicissitudini, Pinochet non aveva mai voluto esprimere ripensamenti rispetto al proprio agire negli anni della dittatura. Egli aveva sempre ostinatamente guardato a se stesso come a un salvatore della patria, costretto dalle circostanze a impiegare metodi estremi. Chi gli stava vicino aveva fatto sapere che la sua principale ossessione in questi ultimi tempi, pur segnati per lui da varie altre tribolazioni, era stata quella del suo non lontano funerale, che pretendeva in forma solenne e di Stato, mentre appariva a tutti evidente che tributargli un simile onore sarebbe stato quanto meno inopportuno. Il 72 per cento dei cileni è infatti contrario sia ai funerali di Stato sia al lutto nazionale.
Lo scorso 25 novembre, giorno del suo novantunesimo compleanno, l’ormai sfinito Augusto Pinochet aveva fatto leggere alla moglie una sua dichiarazione pubblica nella quale si assumeva «la responsabilità politica» del golpe militare del settembre 1973 e affermava di aver voluto con esso fare del Cile «un grande Paese e impedire la sua disintegrazione». Quasi la richiesta di un’apoteosi finale.