L’ultima del Gran Pignolo: "Lancio una colletta per chiudere il Corriere"

Mauro Della Porta Raffo: "Troppi errori! Studierò col mio notaio i dettagli della
sottoscrizione. Vado a dare la mano nelle piazze: sono a sei
strette da Napoleone"

Di sé dice che è nato a Roma nel 1944, «il 17 aprile, lo stesso giorno di Nostro Signore Gesù Cristo, se vuole posso documentarglielo». In circa mezzo secolo di vita, aggiunge, la storica farmacia Maretti di Varese gli ha venduto 51.000 Cibalgine, perciò lo esonero dall’onere della prova. Gran testa, il Gran Pignolo. L’unica della quale ci si possa fidare anche quando è offuscata dall’emicrania con o senza aura.
Poiché l’intervista avviene di lunedì, stamane all’alba Mauro Maria Romano della Porta Rodiani Carrara Raffo Dandi Gangalandi Savelli era in preda alla più cupa disperazione. «Il parrucchiere è chiuso, dovrò radermi da solo con la lametta, mi scorticherò, sarà un bagno di sangue», mi aveva preannunciato inquieto il giorno prima. Di norma il rito quotidiano, dalle 9.15 alle 9.45, è affidato ai barbieri Angelo, Vito o Cristina, nel salone di via Carrobbio, «la ragazza ha imparato così bene che due anni fa, per festeggiare la sua conquistata abilità, ho invitato tutt’e tre a pranzo nel ristorante Lago Maggiore, lo stesso dove portavo Giovanni Malagodi, segretario del Pli, il quale fra una portata e l’altra cercava di vendere al proprietario il vino prodotto nella sua tenuta senese».
Le giornate di Mauro ecc. della Porta ecc. Raffo ecc. - di qui in avanti solo Mdpr per evitare il disboscamento dell’Amazzonia - cominciano alle 6.30, quando scende di casa ancora in pigiama, d’inverno col cappotto e d’estate con l’impermeabile, e va all’edicola di piazza Monte Grappa ad acquistare Prealpina, Corriere della Sera, Giornale, Repubblica, Stampa, Foglio. «Poi risalgo, metto su una pentola di tè e comincio...». Che cosa cominci a fare, ormai è noto: caccia all’errore, lettura critica, dissezione, sevizia, chiamatela un po’ come vi pare. Dopo che s’è fatto sbarbare, la scuoiatura dei giornalisti prosegue nel suo pied-à-terre dalle parti di piazzetta Liala, dal momento che persino la moglie, per quanto comprensiva, preferisce non averlo fra i piedi.
A portare alla luce il mostro fu l’ostetrico Giuliano Ferrara. «Nel 1996, appena uscito Il Foglio», racconta Mdpr, «cominciai a mandargli via fax correzioni quotidiane degli strafalcioni che mi capitava di leggere. L’Elefantino le pubblicava puntualmente. A un certo punto, più niente. Allora gli spedii una lunghissima lettera, dandogli dell’ignorante. L’indomani me la ritrovai in pagina, con una postilla: “Lei merita una rubrica. Ci sta?”». Era nata Pignolerie. Per fortuna da sei mesi fra i due è ridisceso il gelo, così la categoria degli scribi può tirare il fiato.
Il Gran Pignolo s’è un po’ stufato di fare solo le pulci ai gazzettieri. Complice non so quale corbelleria scritta da Paolo Valentino, corrispondente del Corriere da Washington, a proposito del pugile nero Jack Johnson, ha deciso di andare oltre: «Ho inviato un Sms di fuoco al direttore, Ferruccio de Bortoli. Mi ha telefonato affranto: “Che cosa abbiamo combinato stavolta?”. Gli ho annunciato che lancerò una raccolta di fondi per comprare il Corriere allo scopo di chiuderlo. È tentato anche lui di aderire alla pubblica sottoscrizione. Lo capisco, pover’uomo. Devo andare dal notaio Franca Bellorini per formalizzare i dettagli tecnici. Non se ne può più di tutti questi errori».
Prima d’accendersi di passione per la carta stampata, Mdpr si occupava soltanto di carte da gioco. Imbattibile a pinella, era di casa al caffè Zamberletti, dove ha avuto per maestro lo scrittore Piero Chiara. «Mi portava in giro per casinò. Da lui ho imparato molte cose anche sul gentil sesso, ma di questo non parlo». Il piatto piange resta il vangelo del Gran Pignolo, che ama definirsi così: «Mi colloco a sei strette di mano da Napoleone. Ho infatti stretto la destra a Enzo Pifferi che l’ha stretta a Charlton Heston che l’ha stretta a Orson Welles che l’ha stretta a Sarah Bernhardt che l’ha stretta a madame George, alias Marguerite-Joséphine Wiemer, una delle amanti di Napoleone, e, per conseguenza, chiunque altro abbia stretto o in futuro stringa la mia mano si colloca a sette strette dal grande Corso». Adesso vuol effettuare per beneficenza un giro in diverse piazze italiane, nel corso del quale i passanti, previo versamento di un obolo, potranno farsi fotografare mentre Mdpr, e per conseguenza Napoleone, stringe loro la mano. «Jas Gawronski mi ha detto che è un’eccellente idea».
Senta, cominciamo dalle sue sterminate generalità. Mauro.
«Era uno scialacquatore amico di mio padre. Io ho preso da lui. Del resto ogni due o tre generazioni è prassi, nella famiglia di mia madre, sposarsi con un’ereditiera, rimpinguare il patrimonio e dilapidarlo».
Maria.
«Siamo tutti figli di Maria».
Romano.
«Terzo nome di battesimo».
Della Porta.
«Della Porta Rodiani Carrara sono i cognomi della mamma».
Raffo.
«L’unico che ho preso da papà. Era direttore dell’Ente provinciale per il turismo. Quando avevo due anni, si fece trasferire da Catania a Varese per far contenta mia madre, che odiava il clima della Sicilia. Siamo romani da diecimila anni».
Dandi Gangalandi Savelli.
«Un mio zio dice che il titolo è passato a una famiglia fiorentina. Boh, io so che sulla carta d’identità ho un nome e quattro cognomi. Comunque i Della Porta discendono dai Savelli, che diedero alla Chiesa due papi, Onorio III e Onorio IV».
È riuscito a oziare per tutta la vita.
«Non è vero. Qui a Varese pensano che il lavoro sia solo quello fatto con le mani. A 23 anni ero già direttore dell’Azienda di soggiorno e quindi facevo lavorare gli altri, ovvio. Laureato in giurisprudenza, complice mio suocero, che era agente della Reale mutua assicurazioni, sono stato costretto a occuparmi di sinistri per tre anni. Un’esperienza abominevole. Nel 1978 ho detto basta e sono diventato giocatore di carte professionista. Di nascosto».
Nelle bische clandestine?
«Ma no, di nascosto da mia moglie. Le dissi che ero agente immobiliare. Uscivo di casa la mattina, andavo in via Silvestro Sanvito, nascondevo l’auto e giocavo a pinella con i clienti di un bar. Puntate da 20.000 lire. Alla fine del mese mettevo insieme un discreto stipendio».
Non perdeva mai?
«Si perde solo nei casinò o negli ippodromi, perché lì deve per forza vincere il banco. Io mi ricordavo tutte le carte uscite».
Luca Goldoni dice che lei ha «una memoria semplicemente scandalosa».
«Più che altro selettiva. Se mia moglie mi chiede di comprare il pane, me lo dimentico. Comunque in famiglia dopo tre anni hanno scoperto che non ero immobiliarista e ho dovuto smettere. Dal 1992 scrivo. Proprio oggi mi hanno comunicato che alcuni miei racconti ambientati nel mondo del gioco d’azzardo in primavera diventeranno una serie tv di 20 puntate, Gambling, girata in inglese per il mercato internazionale da una casa di produzione statunitense. Con la pinella ho chiuso».
Resta a sei strette di mano da Napoleone.
«Sono anche a tre smazzate da Giosuè Carducci, avendo Piero Chiara stretto la mano a Giuseppe Prezzolini che l’aveva stretta a Carducci. Tutta colpa del libro Io, Orson Welles, nel quale l’attore racconta d’aver stretto la mano alla Bernhardt. Mi ha messo il tarlo. Dovevo a tutti i costi arrivare a lui. Mi sono ricordato che Pifferi, fotografo giramondo, da giovane era stato fra le comparse in Ben-Hur. Anni dopo aveva reincontrato Heston per strada e gli aveva stretto la mano. E a chi stringe la mano Heston nell’Infernale Quinlan? A Welles. In questo modo si risale a chiunque. Il collegamento fra Bertolt Brecht e James Bond non le interessa?».
Lasciamo stare.
«Allora quello fra Napoleone e l’Fbi. Girolamo, uno dei fratelli dell’imperatore, sposa Elisabetta Patterson, figlia di un commerciante di Baltimora, e ha un figlio, al quale dà il suo stesso nome. Poi divorzia per sposare Caterina di Württemberg. Elisabetta torna negli Usa col piccolo Girolamo, che diventerà padre di Carlo Giuseppe Bonaparte, ministro sotto il presidente Theodore Roosevelt e fondatore nel 1908 del Federal bureau of investigation. Ecco fatto».
So che ama il cinema. Il film della sua vita?
«La famiglia di Ettore Scola. Mi ricorda la casa dai corridoi lunghi dove viveva con gli otto figli il mio nonno paterno, in via Calabria 32, a Roma. L’ultima volta ho chiesto all’autista di portarmici. Ho sostato davanti al portone».
Poteva salire.
«Mai tornare nei luoghi dove si è stati felici. L’ho fatto per la sede liberale di via Bernasconi 1, qui a Varese. Sapesse che delusione. Sparito il divano su cui Bruno Lauzi strimpellava la chitarra e componeva. La canzone Il poeta nacque lì. Nel Pli eravamo solo noi tre: Chiara, Lauzi e io».
Perché ha deciso di mettere gratis su Internet il suo ultimo libro, The best man. La lunga corsa verso la Casa Bianca?
«Vorrei che la gente sapesse quello che so io».
Il volume è pubblicato dalle edizioni Ares, vicine all’Opus Dei. S’è convertito?
«Sono laico, ma credente e praticante. Mi accusano d’essere membro dell’Opera? Spiacente, purtroppo non lo sono».
Come fa a sbugiardare i giornalisti?
«Le rispondo con Adalbert Pösch, il maestro ebanista nella cui falegnameria il filosofo Karl Popper lavorò per pagarsi gli studi: “Mi chieda pure quello che vuole, io so tutto”».
Usa il computer per le sue verifiche?
«Ma per carità! Internet, Google, Wikipedia... tutte porcherie, piene zeppe di errori. Ma guardi che ne trovo molti anche nelle enciclopedie cartacee Utet, Rizzoli Larousse, Nova, Europea. Persino nella Piccola Treccani. Non parliamo delle Garzantine».
E allora come fa?
«Libri. Consulto tanti libri che trattano dello stesso argomento».
Chi è il collega che s’è più risentito per essere stato colto in fallo?
«Giulio Nascimbeni, pace all’anima sua. Nella rubrica
Esame di giornalismo, che teneva sul settimanale del Corriere, riportò nella lingua originale la famosa frase di Metternich: “L’Italia è un’espressione geografica”. Solo che, al posto di begriff, scrisse pogriff. In tedesco po significa sedere. In pratica si leggeva che l’Italia è una presa per il culo geografica».
Uno dei più tartassati era Enzo Biagi, che lei sfotteva chiamandolo «maestro».
«Lo credo bene: ha riempito ben 63 delle 304 pagine del mio libro Dieci anni di pignolerie. Riuscì a firmare un articolo su Cuba ed Hemingway in cui non ce n’era una di giusta. Ma, dico, perché ti metti a scrivere di vicende che ignori completamente?».
E oggi chi ne ha preso il posto?
«Corrado Augias. L’ho sentito ammettere in Tv la sua ignoranza su temi che sono alla portata di un liceale. Terribile».
Però su madame George, citata all’inizio, Paolo Granzotto l’ha colta in fallo: si trattava di una mademoiselle.
«Orson Welles nel suo libro la chiama madame. Mica posso correggere un defunto».
Io stesso l’ho censurata per la sua abitudine di scrivere Il Corriere della Sera, attribuendo alla testata di via Solferino un articolo determinativo di cui è priva.
«Una volta l’articolo “il” c’era».
Mai. Neppure sul primo numero, uscito il 5 marzo 1876.
«Va bene, andiamo a controllare».
Quando vuole. Le mando le copie anastatiche, una per anno, fino a oggi.
«Prima di chiuderlo farò scrivere
Il Corriere della Sera per darmi ragione».
Sbaglierà anche lei, qualche volta.
«Nelle Pignolerie ho scritto che Dionigi il Piccolo era un monaco sciita, con due “i”. Figuriamoci, a quel tempo, 522 dopo Cristo, non era ancora nato Maometto. In realtà era scita, originario della Scizia».
Come fa a conciliare la venerazione per Giovanni Malagodi con quella per Emiliano Zapata?
«Amo chiunque difenda la libertà. In Messico fu combattuta l’ultima rivoluzione per tornare al passato. Alla curandera che lo scongiurava di non recarsi nel luogo dove l’avrebbero ucciso, Zapata rispose: “Se mi ammazzano è un bene. Ci vuole un martire per la rivoluzione”. Mi piacerebbe chiamare Emiliano il secondo nipotino che una delle mie due figlie sta per darmi».
Stravede anche per Cavallo Pazzo.
«Colpito con una baionettata alla schiena, steso su un tavolaccio, il capo sioux ottenne dai soldati americani il permesso di vedere il padre Bruco e il cugino Tocca le Nuvole. Le sue ultime parole furono: “Padre, di’ al popolo che non può più contare su di me”. Mi commuovo ogni volta...». (Gli occhi si riempiono di lacrime).
Chi altro c’è nel suo pantheon?
«Oscar Wilde. Livello intellettuale assoluto. E Giuliano l’Apostata. Cultura sterminata».
Che cosa le piace del mondo di oggi?
«Che domanda, ragazzi! Salvo solo la tecnologia. Per il resto, l’uomo è sempre uguale».
E che cosa rimpiange del mondo di ieri?
«La verve. Adesso i giovani stanno muti davanti alle slot machine, come automi. Una volta il prete giocava col peccatore, l’avvocato col giudice. Ognuno diceva la sua, uscivano battute formidabili. Perché crede che il cabaret sia morto? Il gioco era un esercizio collettivo. Capitava che durante una partita Piero Chiara dicesse a uno spettatore: “Va’ a pisciare per me, ché io non posso”. È finita la creatività. Sono rimasto solo io».
(478. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it