L’ultima magia di Parigi Dior veste le donne con la trama dei sogni

Daniela Fedi

da Parigi

Vestirsi di nudità, di leggerezza, di un nulla che diventa tutto. E rimanere comunque perfettamente vestite Dior. John Galliano che da quasi nove anni disegna questo marchio di culto del lusso made in France con la sorprendente sfilata andata in scena l'altra sera a Parigi nella superba galleria del Grand Palais appena restaurata, ha messo un punto e a capo nella storia della moda. L'idea dell'abito spogliato di tutto fuorché della sua stessa anima suonava infatti come una provocazione da parte di uno stilista che in passerella ne ha sempre fatte di tutti i colori. Stavolta, invece, l'unica tinta utilizzata con la stessa maestria della natura era quella della carne: fresca, vibrante, piena di sfumature. La maestria dei tagli faceva il resto dando l'impressione che il vento passasse tra gli strati di tulle e di chiffon sovrapposti sul corpo gonfiando da una parte e appiattendo dall'altra. Poche ma meravigliose le decorazioni: la versione macro del punto smock che in genere orna le vestine da brava bambina e un incredibile ricamo-tatuaggio nero piazzato dove capita, mai senza ragione. «Oggi bisogna essere molto coraggiosi e togliere il più possibile per vivere l'abito come oggetto in sé, nella sua pura dinamica» ha detto Galliano nel backstage. E Stella Tennant, l'aristo-modella inglese che ha aperto la sfilata, estasiata commentava: «Mi sento così libera vestita in questo modo, è come se fossi nuda». Complimento migliore non si può fare a una collezione che vola alto essendo concettualmente senza peso, ma di fatto con molta sostanza.
Tutta da vendere, insomma e, per la prima volta non solo al traino dei magnifici accessori tra cui stavolta si ricorda la bellissima borsa «Gaucho» a doppia sella impunturata e le strepitose décolleté a tacco alto con un vago sentore di mocassino. Su questi nella celeberrima versione da guida firmata Tod's, Diego Della Valle ha costruito un nome e un'impresa simbolo del made in Italy che ieri ha presentato in una suite dell'hotel Ritz sette capi da donna e due da uomo: pochi pezzi, ma molto buoni, «oggetti d'abbigliamento» destinati a entrare nell'uso quotidiano delle persone chic. A disegnarli è stato lo stilista Derek Lam nato a San Francisco 39 anni fa in una famiglia d'origine cinese e cresciuto professionalmente a New York.
Il suo punto di partenza? Le immagini pubblicate sull'edizione americana di Vanity Fair in cui si vedevano i miliardari europei a bordo dei loro yacht a cominciare dallo stesso Della Valle fotografato sul «Marlin», il cabinato appartenuto un tempo a John Fitzgerald Kennedy. Parlare di barche con Leonardo Ferragamo sarebbe stato più piacevole visto che è uno dei migliori velisti italiani nonché azionista di riferimento dei cantieri Nautor in cui si producono i magici «Swan» altrimenti detti «Rolls Royce dei mari». Invece ci è toccato l'ingrato compito di chiedergli se sono vere le voci sull'imminente vendita di Ungaro che circolano con insistenza da qualche giorno a Parigi. «Siamo in fase avanzata nelle trattative con un partner finanziario internazionale, dovremmo chiudere entro l'anno» ha risposto l'imprenditore subito dopo la sfilata in cui lo stilista, Vincent Darré, non è sembrato per niente convincente, ma chi lo sarebbe quando stai per cambiare proprietario? Sull'identità di quest'ultimo si fanno mille ipotesi, ma le più accreditate sembrano essere quelle sul miliardario indiano Asim Abdullah. Quanto a Karl Lagerfeld per la collezione che porta il suo nome con l'aggiunta della parola «Gallery» stavolta ha fatto gonne scure e camicette bianche, una cosa che a dirla sembra il massimo della banalità, ma in passerella aveva un tocco di pura perversione.