L’ultima di Michael Moore «La sanità cubana è meglio di quella Usa»

E Leonardo DiCaprio presenta l’ambientalista «Undicesima ora»

nostro inviato a Cannes

«Sicko non è un film politico» si affanna a ripetere Michael Moore. «Tratta della salute degli americani, di quei cinquanta milioni che non si possono permettere le cure mediche, dei 250 milioni che in teoria hanno un'assicurazione che le copre, ma in pratica sono vittime di un sistema sanitario all'insegna del profitto: meno ti rimborso, più utili faccio, meglio assolvo al mio compito. Il lobbismo della grande industria della salute è trasversale, riguarda democratici e repubblicani ed è fatto sulla nostra pelle. È questo quello che racconto, è questa realtà che il pubblico può e deve discutere».
Sarà anche così, ma una delle scene più esilaranti e amare del film è quando il regista noleggia un battello, imbarca un gruppo di soccorritori dell'11 settembre 2001, allora considerati «eroi» dal governo e dai media, ma cinque anni dopo senza alcuna tutela medica contro traumi e malanni contratti a Ground Zero, e fa rotta verso Guantanamo. «La Casa Bianca assicura che ai terroristi di Al Qaida è garantita la migliore assistenza possibile. Curiamo gli autori del crimine, ma non chi al crimine si oppose... Poiché a Guantanamo non ho potuto approdare, siamo poi sbarcati all'Avana e lì, gratis, sono stati visitati ed è stata prescritta loro una terapia».
Il miniperiplo cubano è costato al regista l'apertura di un'inchiesta da parte del Dipartimento del Tesoro. Lo si sospetta di aver in qualche modo violato le leggi sull'embargo. «Staremo a vedere. Voglio solo aggiungere che Guantanamo non è stata scelta per parlare male della sanità cubana. Ci fosse stata una Guantanamo in Spagna o in Italia, avrei messo in paragone la loro sanità alla nostra. Il risultato, purtroppo, sarebbe stato lo stesso». Saggiamente, comunque, ha preferito fare delle copie della pellicola, e con queste venire a Cannes, in modo che un eventuale sequestro del negativo non impedisca l'uscita del film.
Visto in quest'ottica, Sicko è disarmante e fa riflettere. Nazioni come la Francia, l'Inghilterra e il Canada, fra loro diverse per sistemi politici e maggioranze di governo, raffrontate con la sanità di quello che è il Paese più potente, più ricco e più moderno del mondo, fanno una figura da giganti. L'individualismo e l'antistatalismo Usa sembrano come incapaci di uscire dalla logica viziosa raccontata all'inizio. Per noi europei, persino per noi italiani abituati al lamento perpetuo in materia, il film di Moore, girato con l'ironia e l'intelligenza che gli sono proprie, è un po' un motivo di orgoglio. Per gli americani potrebbe essere il primo passo verso un radicale cambiamento.
Fisicamente goffo e ingombrante, accusato di manipolare dati, interviste e persino immagini, sarcastico spesso a senso unico e senza possibilità di replica, Moore non è un personaggio gradevole. Negli Stati Uniti hanno girato almeno una dozzina di pellicole contro di lui. «Mi piacerebbe farne un Festival e premiare la migliore - dice serafico -. In democrazia si può e si deve polemizzare, criticare, discutere». La libertà di parola, insomma, è un diritto. Quello che non capisce è perché non ci sia il diritto alla salute.
A un Moore che vorrebbe salvare la vita ai suoi compatrioti, Cannes ha affiancato, sempre fuori concorso, un Leonardo DiCaprio che vuole salvare quella dell'intero pianeta. Produttore, sceneggiatore e voce narrante, l'attore ha presentato L'undicesima ora, ovvero l'ecosistema minacciato, la necessità di correre ai ripari prima che sia troppo tardi. Costruito come un susseguirsi di interviste a esperti internazionali, scienziati, architetti, giornalisti specializzati, docenti universitari, e intervallato da immagini ora catastrofiche, ora naturistiche, il documentario di Leila Conners Petersen e Nadia Conners, in sé non si discosta da quelli classici in materia. Il valore aggiunto lo dà l'impegno dell'attore, ovvero la consapevolezza che è sull'ambiente, più che sulla politica o le ideologie, che si gioca il nostro futuro. E'inoltre una spia interessante, anche all'interno delle nuove generazioni attoriali made in Usa, di come il tema sia divenuto sempre più trasversale e sempre più sentito. Intelligentemente, del resto, DiCaprio non sceglie la strada apocalittica e da profeta di sventura che in maniera masochistica e un po' sadica fa vedere quale tragedia, «meritata», ci aspetta,, ma fa appello, attraverso la voce degli esperti, all'orgoglio umano, alla sua capacità di vincere la sfida che gli si presenta di fronte. Anche perché, come dice uno degli specialisti intervistati, «il problema non è la distruzione della Terra. La Terra è in grado di rigenerarsi, ha davanti a sé tutto il tempo necessario. Come genere umano, purtroppo, per noi non è così».