L’ultima parola su Bagdad

Le dichiarazioni di Berlusconi relative al suo tentativo di evitare l'invasione dell'Irak hanno suscitato un inutile vespaio che rende necessario un chiarimento. Prima di tutto rivolto ai giornali americani che ipotizzano un ondeggiamento del governo italiano per motivi elettorali, poi ai lettori occidentalisti.
Il governo italiano provò seriamente ad evitare l'invasione dell'Irak perché temeva che ciò lo mettesse in una situazione difficilissima, come infatti poi è successo. La politica estera italiana si basa sul principio di operare entro i mandati delle organizzazioni internazionali: Onu, Nato ed Ue. Spiegare il motivo di tale formula è qui complicato. Ma, in estrema sintesi, si può dire che l'Italia sconfitta nel secondo conflitto mondiale ha potuto esprimere il proprio interesse nazionale solo attraverso un attivismo mediato da sistemi multilaterali. Inoltre la partecipazione enfatica all'Onu, e poi alla Ue, ha bilanciato quella alla Nato in un Paese pericolosamente diviso tra filosovietici, ed antiamericani poi, e filoamericani. Per questo l'Italia ha il massimo interesse che non vi siano frammentazioni o crisi entro l'Onu, la Ue e la Nato, in particolare conflitti tra America ed europei, perché ciò la costringerebbe a scelte con alto rischio di destabilizzazione interna. La questione irachena, già alla fine del 2002, prometteva di diventare occasione per una tale crisi. E Berlusconi fece la cosa più razionale: tentò di evitarla, per interesse nazionale. Quando, nel 2003, la crisi scoppiò in pieno, il governo si trovò di fronte ad un dilemma: o spaccare l'Occidente o l'Europa. Si trovò, infatti, ago della bilancia. Se avesse aderito all'antiamericanismo di Francia e Germania queste avrebbero avuto la massa critica per sostenere che tutta l'Europa era contro, isolando il Regno Unito e la Spagna di Aznar e segnando una sconfitta cruciale per gli Stati Uniti, con effetti globali: la separazione tra Usa ed Ue, perseguita da Al Qaida, vista con favore dalla Cina e dalla Russia perché segnale di fine del potere americano e di nuovo spazio geopolitico per costruirsi i loro imperi. Idea condivisa da Chirac, che usò strumentalmente la questione irakena proprio come opportunità per tentare un impero europeo post-americano, e Schröder incapace di formulare pensieri di politica estera che prendeva ordini per telefono dal francese. In questa situazione Berlusconi decise di correre il rischio del dissenso interno e della reazione franco-tedesca e scelse di spaccare l'Europa per salvare l'Occidente. Infatti furono Germania e Francia a restare isolate, Russia e Cina a dover fare i conti con un'America che poteva ancora contare sulla maggioranza degli europei. Proprio la scelta italiana bloccò l'ipotesi eurasiatica, rinforzò gli Usa e contribuì ai successivi compromessi che calmarono le acque. Tra cui quello della risoluzione Onu che legittimò l'occupazione dell'Irak. Anche questa fu una scelta di interesse nazionale da intendersi come visione italiana al riguardo di chi deve comandare nel pianeta: l'Occidente basato su una convergenza forte tra americani ed europei, sperabilmente estendibile alla Russia, quindi con una massa critica per dare sicurezza ed ordine economico al globo. E tale impostazione fu ed è confermata dalle iniziative di Berlusconi per mantenere atlantica l'Unione Europea (coppia con Blair), confermare la lealtà nei confronti degli Usa e aprire la strada per la cooptazione della Russia. Ora l'interesse nazionale italiano richiede di chiudere la questione irakena affinché la prossima campagna elettorale non faccia perno su questo tema delicato di politica estera, da trattare con razionalità e non con emozioni di piazza. Ovviamente vi è l'interesse politico di Berlusconi nel mostrare ai suoi elettori che non è mai stato un guerrafondaio o un ascaro dell'Impero. Ma anche perché pochi scrivono sui giornali il vero sfondo della questione irakena e la sua vera storia dal punto di vista italiano. I commentatori americani annotino questa, gli amici occidentalisti si sentano rassicurati.
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