L’ultima paura degli americani

Nessuno meglio di uno scrittore è capace di raccontare un Paese e sa coglierne il momento storico. E gli autori Usa lo sanno fare più degli altri...

La paura è una linea grigia di cemento armato. L'America quando ha paura si chiude, brucia le sue città, toglie quartiere ai vagabondi, manda i suoi soldati in guerra, o costruisce bunker sotterranei, spinge gli indesiderati nei ghetti, ripudia i suoi martiri, rinnega se stessa o costruisce muri.
Sono sette le grandi paure che hanno incrociato la storia e il sentimento degli Stati Uniti.
È successo quando i fratelli hanno combattuto contro i fratelli, quella guerra di secessione, che gli storici yankee hanno avuto paura di chiamare guerra civile, quando le giacche blu hanno combattuto per l'unità e le manifatture, per il futuro e per i dazi, e quelle grigie per l'identità e per l'autonomia, per il passato e per la terra. E su tutti e due pesava l'ombra nera della schiavitù, una scusa indegna per gli uni, una necessità indegna per gli altri.
È successo nel '29, ai tempi della grande depressione, quando i ricchi si sono ritrovati poveri e i poveri meno di nulla.
È successo con Pearl Harbor e con il nazismo. È successo con il terrore bianco dell'atomica, con la guerra congelata, con il mondo fatto a blocchi, rosso o blu, come una partita a risiko che lascia in vita due soli giocatori, con un obiettivo identico, ma speculare: sconfiggere le armate rosse (o blu).
È successo con la rivolta dei ghetti, con la paura bianca che un giorno, un giorno magari troppo vicino, gli schiavi potessero vendicarsi.
È successo con il Vietnam, guerra inutile, guerra che nessuno voleva, guerra che ha ferito al ventre i sogni di una generazione, guerra perduta, con la consapevolezza che nessuno, neppure l'America, è imbattibile.
È successo quando le due torri sono andate giù, l'attacco impossibile nella capitale del mondo, con gli aerei di linea dirottati dagli straccivendoli di Allah e le ali che piombano sulla babele moderna come uccelli dell'apocalisse. La paura delle paure, come una profezia. Tutti i romanzi americani si portano nell'anima queste sette paure, da Faulkner a De Lillo, dalle profezie di Edgar Allan Poe agli incubi di Stephen King. L'ultima paura, quella che ha il suono della profezia, quella di una ex colonia che ci ha messo secoli ad accettare l'idea di essere un impero, sta foraggiando il romanzo americano di questo squarcio di ventunesimo secolo.
Qualche tempo fa David Foster Wallace parlava di quel gruppo di «grossi maschi bianchi», quarantenni o giù di lì, alti almeno un metro e ottanta, quasi tutti con gli occhiali, che stanno cercando di raccontare l'America. Wallace faceva i nomi di Jonathan Franzen, Donald Antrim, Jeffrey Eugenides, Rick Moody, Richard Powers, William Vollman. Ricordava che CivilWarLand in Bad Decline di George Saunders è un gran bel libro. Parlava anche di A. M. Homes: «Le cose più lunghe magari non sono perfette, ma ogni due o tre pagine che ti colpisce allo stomaco e ti fa piegare in due». Ma se c'è qualcuno che ti mette davanti allo specchio e ti dice «guardati, questo sei tu» è un ex critico cinematografico e giornalista culturale. Si chiama Stephen Amidon. Uno che in Italia è riuscito a far crepare d'invidia Niccolò Ammaniti.
Tutta questa gente, diceva Wallace, guarda all'America come un gigante rattrappito, un po' isterico, che passa il tempo a guardarsi allo specchio e non si riconosce, troppo grande, troppo solo, troppo stanco dopo un secolo intenso, megalomane, feroce. L'America come Atlante si ritrova il mondo sulle spalle e non sa se questo peso sia il segno della sua forza o il simbolo della sua maledizione. Se si va alla radice del romanzo sociale americano, quello che in questi anni ha ritrovato forza e vigore, quello che scruta l'anima di un paese immenso e ne intuisce inquietudini e correzioni, quello colto, sopravvissuto al salotto di Oprah Winfrey, che si illude di trovare la terra promessa nella vecchia Europa, l'afrore che si sente è quello tipico della paura, sudore acre, sudore freddo, sudore che non va più via.
Stephen Amidon ha 46 anni. Vive in un villaggio del Massachusetts con la moglie, fotografa, e quattro figli. È stato per molti anni a Londra, da giornalista, poi è tornato a casa e ha cominciato a raccontare un posto che non riconosceva. Nei suoi romanzi quel sentimento di paura che avvolge l'America non è solo una traccia lontana, ma è lo scenario stesso del dramma, tutto ciò che accade ai suoi personaggi è il riflesso di questo spirito inquieto. Un anno fa è stata tradotta in Italia la sua ultima storia: Il capitale umano (Mondadori). Il capitale umano, è inutile nasconderlo, siamo noi. Quelli che buttano a mare un'esistenza, vita, sogni, figli, amanti, mogli sul mercato del lavoro. Siamo noi che Amidon descrive: noi che inseguiamo il sogno di una vita a nove zeri per poi trovarci davanti ad un'esistenza che vale «meno di zero». Sperperata, distrutta, dissipata nel cercare di vendere noi stessi in quel mercato del sociale dove «regna la superficialità e dove per vincere basta mettersi in mostra».
Sino alla fine, sino a quando, troppo tardi, ci si accorge di tutto ciò che abbiamo perso: sorrisi, carezze, umanità. Poi c'è solo il boom: che non è economico, ma è soltanto una bancarotta esistenziale. Siamo noi che pure stiamo alla periferia dell'impero. Amidon qui ha raccontato la dissipazione del migliore dei mondi possibili. E la soluzione è che questa è l'unica strada possibile. Ma prima del Capitale umano c'era un'altra storia, che qui in Italia per uno strano gioco editoriale è arrivata dopo. Il titolo è The New City, La città nuova (sempre Mondadori, pagg. 528, euro 19). Ed è in questo romanzo che l'America appare oggi per quello che effettivamente è: uno iato tra la più pragmatica delle utopie e il più amaro realismo. L'America del XXI secolo non può più scegliere. È come la Roma di Augusto, deve pagare il prezzo della pace e della vittoria. La Roma di Augusto, come l'America di oggi, per sopravvivere deve costruire muri.
La città nuova di Amidon si chiama Newton e si trova da qualche parte nel Maryland. È il sogno di un vecchio architetto, disegnare un mondo perfetto come alternativa alle tensioni sociali e razziali delle grandi metropoli. Una città dove non esistono ghetti, dove bianchi e neri, nativi e immigrati, coloni e post-coloni, ricchi e poveri vivono insieme, senza frontiere, senza spartiacque, in una democrazia che non conosce il veleno degli scontri ideologici e religiosi, dove la libertà è la firma sotto la carta di tutte le carte, quella che definisce il confine dei diritti e dei doveri.
È una città dove tutti gli uomini nascono liberi, dove non c'è bisogno di polizia perché lo Stato è una comunità di individui che si riconosce nei valori universali dell'uomo. È un luogo dove non ti devi chiedere cosa può fare l'America per te, ma cosa tu puoi fare per l'America. È un congresso di bravi cittadini. Insomma, è un'utopia. La stessa, forse, che nell'euforia dell'indipendenza, in quella festa di bandiere e tacchini che è il 4 luglio, avevano i padri fondatori: i Washington, i Franklin, i Jefferson, i Madison, i Paine. È l'America dei 10 emendamenti. Newton è un sogno, ma ben presto diventa un affare.
L'architetto è un vecchio rimbecillito. La città è il frutto di un avvocato bianco, Austin Swope, e di un imprenditore nero, Earl Wooten. Tutti e due credono nel progetto e nell'integrazione.
Tutti e due lavorano per realizzarlo. Le case vengono vendute in fretta, la sera le finestre restano aperte rassicuranti, pigri fili di fumo si levano dai comignoli e le biciclette vengono lasciate senza timore sotto i porticati. Ma tutto questo dura poco. La paura fotte tutti. I bianchi non si fidano dei neri, i ricchi dei poveri, i vecchi dei nuovi, reciprocamente, gli stessi sogni non si fidano dei propri sogni e così sognano incubi che ingoiano vecchi sogni e generano nuovi incubi. Anche l'avvocato e l'imprenditore, l'amico bianco e l'amico nero affogano nel sospetto. Basta poco per avvelenare un'amicizia, basta che l'amico pensi che l'amico ti sta soffiando il posto che tu hai desiderato per tutta la vita. Basta che l'amico veda nell'amico l'arroganza del potere. È così che il bianco si vede sempre più bianco e il nero sempre più nero. È così che i propri figli vedono negli occhi dei figli degli altri quello che fino ad allora avevano non voluto vedere. Il finale è la sconfitta di tutti. È la morte dell'ingenuità, che in questo caso ha il volto di una ragazza bella, soda, sincera e solare.
Come nella realtà i sogni cadono nella legge del sospetto. È la dottrina dell'uno per cento che Ron Suskind attribuisce all'amministrazione Bush. Se c'è un solo un per cento di possibilità che il sospetto sia vero, colpisci. In questo tempo e in questa storia l'America non può rischiare. È così che l'America sta ergendo un muro intorno a se stessa. È lo stesso muro che svela i sospetti dei protagonisti della Città Nuova. L'utopia s'infrange contro un muro di confine, quello che deve tenere fuori dal quartiere modello le scorribande degli altri, gli indesiderati.
Il muro è il confine che l'America non ha mai avuto, abituata ad avere come frontiera solo l'ultimo orizzonte, quello che ti porta sempre un passo in più verso Occidente. Ma muro o non muro, ora, è il destino dell'America. Il muro è sicurezza, il non muro è libertà. Ma il muro serve appunto a difendere la libertà. È davvero un bel dilemma. Si può essere tolleranti con gli intolleranti? Si possono aprire le porte agli stranieri che corrompono la tua stessa identità? Si può abbracciare il nemico radicale e l'immigrato invadente? Forse sì, ma solo fino a quando non hai paura.
Quel muro della città nuova lo stanno costruendo adesso. È solo uno dei tanti, solo più tangibile. È un muro di frontiera, un muro grigio di cemento armato che segue il confine con il Messico.