L’ultima pista sul caso Yara: una punizione della malavita

Nel marzo 2006 il Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, approvò il «Piano generale della logistica». Il governo guidato dal professor Romano Prodi preferì però mettere nel cassetto il documento programmatico e stanziare 15 milioni di euro (poco meno di 30 miliardi di vecchie lire) per far predisporre un nuovo Piano della mobilità.
Una montagna di denaro destinata a partorire, solo due anni dopo, un topolino: uno scarno documento con delle linee di indirizzo.
La supponenza di quel governo indusse l'allora ministro ai Trasporti Alessandro Bianchi a ritenere, erroneamente, che il lavoro approvato dal Cipe altro non fosse che il frutto di un patto sottoscritto da tutte le principali forze economiche del Paese e quindi frutto di un'ampia condivisione.
L'essere ripartiti, quattro anni dopo, da quel documento introducendo alcune idee innovative importanti, non solo fa onore a chi ci ha lavorato e ha deciso di portarlo all'approvazione della Consulta, ma dimostra quale sia il metodo efficiente per affrontare le questioni con lo spirito «del fare» che caratterizza l'azione dell'attuale esecutivo.
L'obiettivo di dare competitività al sistema Paese recuperando il pesante gap dell'Italia (che, per colpa di una strutture e gestioni deficitarie vede la logistica pesare sulla produzione per il 18-20 per cento contro il 14-16 per cento del costo della logistica sul valore della produzione europea) significa recuperare nella peggiore delle ipotesi 40 miliardi di euro e nella migliore 56.
In un momento di grande impegno economico da parte del governo, avviare quanto le linee del nuovo Piano della logistica definiscono significherebbe dare valore aggiunto alle scelte di politica economica decise.
Lascia favorevolmente impressionati il ritorno dell'interesse sull'attività di logistica da parte di realtà associative e esperti che nella passata legislatura preferirono puntare sul cuneo fiscale che, senza ombra di dubbio, dava un immediata riduzione del costo del lavoro ma, una volta esaurito il primo impatto, non essendo una misura destinata a ridare strutturalmente competitività, è stata in tempi successivi riassorbita dalle evoluzioni legate all'ingresso nell'area europea di economie più competitive. Quasi come le misure a pioggia che vengono tanto criticate se messe a disposizione delle imprese di autotrasporto. La scelta di puntare sul Piano della logistica è appropriata e Conftrasporto la condivide. Da tempo chiediamo una politica coordinata per trasporti e logistica, ambiente, infrastrutture e sicurezza. Una politica che coinvolga Ferrovie e Poste per dar vita a un operatore logistico in grado di competere con realtà simili che altri Paesi da tempo hanno messo in campo, coinvolgendo in qualche caso anche istituti bancari di primaria importanza. Infine non smetteremo mai di chiedere che il Piano individui alcuni interventi immediati che individuino cinque porti di accoglienza da collegare con una retroportualità funzionale.
Scelte non collegate a una logica di sistema potranno ottenere qualche consenso elettorale in più a livello locale, ma non faranno mai decollare il Paese. Obiettivo, quest'ultimo, raggiungibile solo con un progetto che sappia guardare oltre l'immediato e che sia vincolante per tutti, evitando di penalizzare ulteriormente chi, come gli autotrasportatori italiani, lo è già.
*presidente nazionale di Fai Conftrasporto