L’ultima tentazione della sinistra: Camere aperte una volta al mese

Non è chiaro se le improvvide parole pronunciate dal presidente del Consiglio sulla presunta scarsa funzionalità delle Camere rappresentino una voce dal sen fuggita o siano state dette di proposito al fine di aprire la strada a modifiche dei regolamenti parlamentari intese a mettere l’opposizione all’angolo una volta per tutte. A sostegno della prima tesi si possono squadernare le reazioni delle massime cariche dello Stato, che certo non sono state tenere nei confronti di Romano Prodi. Ma a sostegno della seconda tesi si possono addurre le dichiarazioni di esponenti di primo piano della maggioranza. Ai quali, a quanto pare, non dispiacerebbe chiudere a doppia mandata i portoni di Montecitorio e di Palazzo Madama e buttare le chiavi nell’ex biondo Tevere.
La ricetta di Anna Finocchiaro, capogruppo dei senatori dell’Ulivo, è presto detta. Anna dei miracoli, come con ammirazione la chiamano per la sua indubbia bravura i colleghi tanto della maggioranza quanto dell’opposizione, propone che il Senato lavori per sessioni. Tradotto dal latino, ciò significa che ogni mese le commissioni dovrebbero riunirsi per due settimane, l’assemblea per una settimana soltanto, mentre l’ultima settimana andrebbe dedicata al collegio elettorale.
Con il che si prenderebbero più piccioni con una fava. Le commissioni, magari riunite in sede deliberante, avrebbero così la possibilità non solo di istruire le iniziative legislative ma anche di approvarle in via definitiva. Senza scomodare l’assemblea, che potrebbe giocare qualche tiro birbone data l’esiguità della maggioranza. Per quest’ultima, poi, concentrare in una sola settimana le votazioni in aula sarebbe una pacchia. Consentirebbe senza troppi patemi d’animo la contemporanea presenza dei senatori eletti all’estero e dei senatori di diritto e a vita, che concedono spesso e volentieri il loro voto a questo bel governo. Quasi che fossero ispirati dallo Spirito santo e con un accanimento terapeutico degno di miglior causa. E nell’ultima settimana gli eletti all’estero potrebbero far ritorno a casa dopo aver compiuto il loro dovere.
Ma poi, intelligente com’è, la Finocchiaro fa capire che la colpa non è tanto delle regole del gioco quanto piuttosto di giocatori inclini al masochismo. Sì, perché le turbolenze nel governo sono aumentate dopo la scissione di Fabio Mussi, che ha spostato gli equilibri ancor più a sinistra e provocato la reazione di Clemente Mastella. In tanto bailamme, aggiunge perfida, si dovrebbero fare più Consigli dei ministri e meno interviste. Difatti i ministri esternano a ruota libera. Con il risultato che si contraddicono di continuo, con riflessi negativi sulla legislazione. Dario Franceschini, omologo della Finocchiaro a Montecitorio, propende invece a menare il can per l’aia. Bontà sua, riconosce che nel primo anno di attività il governo Prodi ha compicciato ben poco. Ma spensieratamente oppone la qualità alla quantità legislativa, quasi non sapesse che è soprattutto la qualità che lascia a desiderare.
Dopo di che indossa i panni di Alice nel Paese delle Meraviglie. Vorrebbe limitare l’emendabilità di quei decreti legge bastonati ben bene dalla Consulta nei giorni scorsi. Ma finge di ignorare che già vi provvede il governo. Perché, ponendo di continuo la questione di fiducia, fa decadere tutti gli emendamenti. E prospetta l’opportunità - povero cocco - di estendere il contingentamento dei tempi anche ai disegni di legge di conversione. Si dà il caso che fu un diessino, Franco Bassanini, a voler introdurre tale codicillo nel regolamento della Camera. Altrimenti il governo legifererebbe per decreto ancor più di quanto non faccia. E avremmo un regime.
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